The Blair Witch Project in ritardo: Il passo del diavolo arriva su Prime Video

L’esplosione del catalogo delle principali piattaforme di streaming, unito alla progressiva perdita d’importanza dei supporti fisici e dei negozi che li vendono, stanno contribuendo a trasformare Netflix, Prime Video e il resto della banda nell’equivalente digitale del caro vecchio “cestone delle offerte”, quello da cui si pescavano una manciata di film minori a 2€ l’uno e si sperava che almeno uno di questi valesse la spesa e l’investimento di tempo. Qualche giorno fa, per esempio, è arrivato su Prime Video Il passo del diavolo – ve lo ricordate Il passo del diavolo? È un horror found footage uscito con una quindicina di anni di ritardo lasciando pochissime se non nessuna traccia di sé.

Vi sarebbe mai tornato in mente Il passo del diavolo se non fosse comparso all’improvviso nella categoria “Aggiunti di recente” sull’app di quell’azienda che appartiene all’uomo più ricco del mondo?

In preparazione alla visione.

Renny Harlin contro i corsari

A scanso di equivoci, tutto questo è un bene.

È un bene che i cataloghi si arricchiscano anche di prodotti di minore importanza e anche di minore qualità, e che non diventino solo una raccolta di quelli che vengono universalmente riconosciuti come “grandi film”: questa divisione artificiosa tra cinema bello e cinema brutto rischia troppo facilmente di scivolare nel revisionismo del “cinema da salvare vs cinema da dimenticare”; e invece anche le opere più piccole e mediocri hanno qualcosa da dire, sempre, anche quando non sono cose particolarmente interessanti. Il passo del diavolo, invece, interessante lo è davvero – anche se non necessariamente come gli piacerebbe essere.

Innanzitutto è un film di Renny Harlin, regista finlandese la cui luminosa carriera iniziata con, tra gli altri, Die Hard 2 e Cliffhanger, venne messa in pericolo da uno dei flop più clamorosi della storia del cinema, quello di Corsari con Geena Davis. Era il 1995 e da allora Harlin non si è più ripreso del tutto, beccandosi anzi ulteriori pernacchie per film che forse non se ne meritavano così tante (si veda Driven con Stallone); nessuno dei suoi tentativi di rifarsi un nome post-Corsari è andato a buon fine, e certamente in questo non l’ha aiutato aver diretto roba tipo il prequel dell’Esorcista. Il passo del diavolo è uno dei suoi progetti più bizzarri, non solo perché l’idea di rifare The Blair Witch Project 14 anni dopo ambientandolo in Russia è già curiosa di suo, e poi perché – come dirlo altrimenti? – Harlin a tutto quello che si vede nel film ci crede davvero.

 

“Ma non capisci? Non cielo dicono!!1!”

Il passo del diavolo

La storia è quella dell’incidente del passo di Djatlov, che potete leggere nel dettaglio qui; la versione breve è che nel 1959 una spedizione  che stava transitando per l’omonimo passo sparì, e i corpi dei nove escursionisti vennero ritrovati due mesi dopo e la causa della loro morte mai stabilita ufficialmente. Affascinato da questa vicenda, nei primi anni del decennio scorso Harlin andò a Mosca e si immerse negli archivi governativi in cerca di risposte; ne uscì completamente squadernato, e convinto che dietro la tragedia si celino esperimenti segreti del governo russo, scoperte rivoluzionarie a metà tra scienza e soprannaturale e probabilmente anche mostri orrendi.

Il passo del diavolo è dunque il racconto di come sono andate le cose nel 1959 secondo Harlin, che incornicia gli spiegoni in odor di complottismo con quello che sembrerebbe a una prima lettura il più classico dei found footage: un gruppo di filmmaker americani va in Russia per girare un documentario sul passo Djatlov; per farlo i nostri eroi si inerpicano fino al passo in questione per passare una notte tra la neve e il gelo e la paranoia. Guidati da una Holly Goss in odor di “peggior prestazione attoriale in un film horror di tutto il decennio”, i cinque vivranno esperienze spaventose e bla bla bla, tutto quello che vi potete aspettare da un film in cui c’è della gente che va alla ricerca di un mostro.

 

“L’unico Blair che conosco è Tony”

Blair Witch che?

Il primo problema di Il passo del diavolo è quello di contravvenire a tutte le regole base del found footage, che sono poi pochissime e che si possono riassumere nel motto “mi ci devi far cascare”. Il peccato originale di ogni found footage è presentare del girato che non potrebbe mai essere quello contenuto nella telecamera ritrovata, perché è montato, tagliuzzato, post-prodotto ad arte; Renny Harlin ci casca con entrambi i piedi, riempiendo il suo film di stacchi di montaggio impossibili, voice-over sognanti chiaramente registrati e montati in studio, riprese che nessuna persona sana di mente azzarderebbe mentre sta scalando una montagna. È, in altre parole, un film girato secondo alcuni degli stilemi più superficiali del found footage, ma che del genere non ha capito una caratteristica fondamentale: più il film è bello, curato e rispettoso delle regole grammaticali del cinema tradizionale, meno funziona, perché distrugge l’inganno di stare guardando riprese rubate e improvvisate e rovina l’immersione.

Un altro motivo per cui, per fare il solito nome, The Blair Witch Project funziona ancora così bene è la scelta di mostrare e spiegare il meno possibile: un’altra delle caratteristiche del found footage è che si tratta di materiale ritrovato per caso e dunque necessariamente incompleto, e che al posto degli spiegoni preferisce affidarsi al classico “il male è sublime e infilmabile” di lovecraftiana (o dantesca) memoria. Il passo del diavolo, invece, è anche un modo per Renny Harlin per esporre le sue folli teorie complottiste, e quindi non si risparmia quando si tratta di spiegare, mostrare, illustrare la verità. Serve dire che i risultati sono rivedibili? Forse no, ma lo facciamo lo stesso: tutto il terzo atto del film è piagato non solo da una CGI terrificante non nell’accezione che ci si aspetta da un horror, ma anche da una certa confusione narrativa per cui arrivati alla fine della corsa la prima domanda che ci si fa è “eh?”. E non è un “eh” positivo, non stiamo parlando di trottole che non cadono o della terza stagione di Dark; è più un “eh? Renny, sei sicuro? Sicuro sicuro che le cose siano andate così? Non è che…? No, eh? Proprio sicuro?”. Quante cose si possono dire con un semplice “eh?”.

“Nel dubbio vira tutto al verde”

Il passo del diavolo è un film nato vecchio, superfluo, dimenticabilissimo e financo un po’ scemo. Però esiste, è un tassello bizzarro in una carriera altrettanto bizzarra (quella di Harlin, ovviamente) ed è bello sapere che anche in tempi di algoritmo e di costante ricerca della nuova sensazione ci sia ancora un angolino per film come questi, che non passeranno alla storia ma che ne fanno comunque parte.