Affacciatisi nel panorama internazionale con il devastante À l’intérieur nel 2007, Julien Maury e Alexandre Bustillo hanno avuto negli ultimi 10 anni un rapporto quantomeno particolare, o per meglio dire frustrante, dentro il revival nordamericano delle icone horror degli ultimi 30-40 anni. In questa intervista esclusiva per BadTaste.it proviamo a capire con Maury quale è stato l’approccio della coppia di artisti francesi al prequel riguardante uno dei personaggi più amati dagli appassionati horror ovvero Jedidiah Sawyer. Alcuni lo chiamano pure Jed.
Ma forse lo conoscerete meglio come Leatherface.

L’intervista contiene alcuni riferimenti diretti al film attualmente nelle nostre sale. Non compaiono spoiler ma avvertiamo il lettore circa il fatto che si faccia riferimento ad alcune scene e momenti del film in modo piuttosto specifico. Buona lettura!

 

Ottavo film del franchise dal capolavoro di Hooper del 1974. Quanto è stato difficile?
Non è stato poi così complicato. La cosa più difficile è stato avere poco tempo a disposizione. Le riprese prevedevano effetti speciali in macchina, inseguimenti con automobili d’epoca, animali in scena… insomma molti elementi che per un regista sono comunque complicati da affrontare giorno dopo giorno. Avevamo anche pochi giorni di riprese per realizzare il film.

Quanto precisamente?
Solo ventisei giorni. Inizialmente non nascondo che con Alexandre fossimo preoccupati ma poi dopo aver superato la prima settimana di test con i produttori americani sul set ogni giorno a controllare che fossimo in grado di gestire la produzione… tutto è filato abbastanza liscio.

Avete sentito una pressione produttiva superiore a precedenti esperienze?
Sì ma fa tutto parte delle regole del “gioco”. È corretto. I produttori volevano controllare che rispettassimo il piano di lavorazione serratissimo e che fossimo in grado di padroneggiare la situazione. Dopo quella prima settimana di controllo se ne sono andati e ci hanno lasciato massima libertà e fiducia.

Tobe Hooper è stato mai coinvolto?
Purtroppo no. Non ci siamo mai incontrati e non abbiamo potuto lavorare con lui. Ci è dispiaciuto molto ma ci siamo accorti immediatamente quanto non fosse stato mai coinvolto nel progetto. Il suo nome compare come “produttore” per obblighi contrattuali ma in realtà abbiamo scoperto presto che non è mai stato coinvolto in nessuno degli altri Non Aprite Quella Porta che non lo avessero visto come regista. E sappiamo che non si è mai interessato in tutti questi anni al franchise. Avremmo voluto parlare con lui e sentire i suoi consigli e ascoltare le sue parole. E ‘un regista che adoriamo e per noi sarebbe stato un onore anche solo passare delle ore con lui in una stanza per sentire cosa avrebbe potuto dirci circa il film. Il primo Non Aprite Quella Porta è un capolavoro che non avrebbe avuto bisogno di nessun sequel o prequel. È perfetto dalla prima inquadratura all’ultima. Speriamo di non aver offeso la memoria di un grande maestro del cinema attraverso questo nostro piccolo film (Hooper è morto il 26 agosto scorso a 74 anni, N.d.R.)

Qual era l’idea che vi eravate fatti circa le vostre intenzioni dopo aver accettato di dirigere il film?
Siamo partiti dalla convinzione che per noi Leatherface dovesse essere un film che non spiegasse le origini del villain.

Ma uno spettatore può pensare che invece dovesse essere l’obiettivo iniziale…
È vero. Noi, forse un po’ inconsciamente, non volevamo dare tutte le risposte con questo film. Volevamo lasciare lo spettatore ancora con molte domande in testa perché per noi il film avrebbe dovuto possedere l’identità di un’avventura della giovinezza di Leatherface. Lo visualizzavamo come un momento della sua vita. Per noi era molto importante che l’immagine finale del personaggio nelle ultime inquadrature non dovesse coincidere nemmeno lontanamente con quello che Hooper ci mostra nel 1974.

Come avete scelto gli attori del film? Sono particolarmente curioso circa James Bloor e Sam Coleman…
I produttori avevano delle idee e ce le hanno sottoposte. Abbiamo fatto tanti provini con l’idea di evitare al massimo i cliché nel senso che non volevamo degli attori nati dentro l’horror o troppo superficialmente organici al genere. James Bloor ci ha convinti per l’intensità degli occhi e la loro sottile follia. Il suo aspetto inizialmente in sceneggiatura non doveva essere così neutro ma noi abbiamo cercato di destabilizzare lo spettatore con quel look da campo di concentramento. Sam Coleman anche poteva essere la scelta più facile e poteva creare l’idea immediatamente di un giovane Leatherface per via dell’altezza, della fisicità e di un’attitudine da scemo del villaggio alla Lennie Small di Uomini e Topi di Steinbeck. Gli abbiamo chiesto però di aggiungere qualcosa di più imprevedibile nei suoi gesti e sguardi e pensiamo che Sam abbia fatto un ottimo lavoro inserendo più sofferenza e inadeguatezza. L’infermiera Lizzy doveva possedere quella purezza di sguardo e abbiamo molto insistito per avere Vanessa Grasse. Ci siamo rifatti a ciò che disse Rob Reiner circa il casting dei ragazzini in Stand By Me: bisogna scegliere gli attori in base alla loro somiglianza ai personaggi e non per via della carriera o qualche altra strategia. Vanessa è di una purezza e timidezza così estrema, anche nella vita, da avere un senso preciso in questo film… così poco puro e anche timido.

A proposito di sgradevolezze… ma come siete riusciti a tenere quella scena di necrofilia nel final cut?
Nella sceneggiatura non esisteva affatto. La scena della necrofilia può solo accadere se la giornata è andata bene, gli attori sono caldi e se la sentono e i registi… sono un po’ matti. Era un momento sul set in cui ci siamo guardati tutti negli occhi e ci siamo detti di provare a girarla lo stesso… tanto poi eravamo tutti convinti che l’avrebbero tagliata al final cut! Quando hanno deciso di tenerla… siamo rimasti esterrefatti. Ma i veri geni in quella scena sono James Bloor e Jessica Madsen. Senza la loro personalità e coraggio, non sarebbe mai potuta esistere.

Accanto a questa durezza tipica del cinema di Maury e Bustillo esistono però, come mai in un vostro film, delle atmosfere diverse con action, spensieratezza in mezzo alla natura, love story e analisi sociale. Il film è interessante perché l’horror entra molto nel tessuto sociale del Texas dei ’50 come forse mai, dopo i film del maestro Hooper, è mai accaduto dentro il franchise Non Aprite Quella Porta.
Sostanzialmente abbiamo provato a portare il genere a fare una scampagnata in mezzo ad altra gente che non apparteneva a quel genere e ci interessava fare questa gita nel Texas dei ’50. Il fatto che sia un road movie è stata la ragione per cui abbiamo voluto accettare la regia del film perché gli altri Non Aprite Quella Porta sono tutti ambientati in uno spazio chiuso con la famiglia degenerata che ti massacra se tu hai lasciato la strada principale della vita per addentrarti nell’America Profonda. In questo caso Leatherface ci proponeva qualcosa di diverso. Con un road movie è più facile cambiare tono del film perché è la stessa storia a muoversi incontrando varie tonalità del racconto e anche della società.

Leatherface è il film usato come grimaldello per introdurvi finalmente dentro il mercato horror Usa?
No. Assolutamente no. Per un semplice motivo: ne abbiamo viste di tutti i colori con Alexandre in questi ultimi dieci anni da non poterci permettere di fare alcuna strategia. Siamo stati coinvolti dal 2007 in tutti i franchise horror Usa più famosi della storia del cinema. Tutto è cominciato con il reboot di Hellraiser a cui abbiamo lavorato tanto senza poi arrivare a farlo, poi ci hanno chiamato per Halloween II (2009) dopo il reboot di Rob Zombie, poi ci hanno sottoposto tutti eccitati la sceneggiatura del remake di Nightmare (2010) e poco prima di entrare in produzione con Leatherface abbiamo fatto riunioni su riunioni per il nuovo Venerdì 13.

Come mai è sempre tutto sfumato alla fine?
Questo sarebbe un argomento molto interessante per la nostra prossima intervista. In questo contesto posso dirti che proprio perché con Alexandre abbiamo attraversato questi dieci anni in un modo, per così dire, surreale… non ci facciamo più alcun tipo di piano mentale di conquista hollywoodiana. Quello che viene, viene. Per rispondere nel modo più semplice possibile… abbiamo affrontato Leatherface solo con l’intento di fare un buon film che non offendesse né la memoria di Tobe Hooper né i fan del franchise, tra i quali compariamo anche io ed Alexandre.

Quindi ora come ora non c’è alcuna strategia legata agli Usa?
No. Siamo grati dell’interessamento, li ringraziamo per prenderci in considerazione ed è sempre eccitante per due registi appassionati horror ricevere, per dire, la sceneggiatura del nuovo Nightmare con la possibilità di dirigerlo. Ci rendiamo conto che c’è molta concorrenza e riteniamo sia un privilegio avere quantomeno la possibilità di partecipare al “gioco”. Poi se con i risultati di Leatherface le nostre quotazioni dovessero salire in Usa, faremo le nostre valutazioni. Non abbiamo alcuna idea espansiva in termini hollywoodiani perché, in parole povere, non ce lo possiamo permettere.

A cosa state lavorando adesso?
Sai come funziona nel nostro ambiente: stiamo seguendo 5 progetti diversi con la speranza che almeno uno di essi possa partire. Ci stiamo concentrando su dei progetti soprattutto francesi anche legati alla serialità televisiva dove un tempo le idee grafiche mie e di Alexandre non avrebbero mai potuto trovar spazio e invece adesso… qualcosa è cambiato in termini di rischi espressivi che ti puoi prendere anche in tv.