EXCL – L’Isola dei Cani: Kim Keukeleire ci svela i segreti del film di Wes Anderson

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L'isola dei Cani
di Wes Anderson
1 maggio 2018
Nel corso dell’edizione 2018 di Napoli Comicon abbiamo incontrato Kim Keukeleire, lead animator nell’ultimo film di Wes Anderson, L’Isola dei Cani, al cinema dal 1° maggio. Si tratta di una delle animatrici in stop-motion più importanti e accreditate del cinema contemporaneo, avendo lavorato a numerose pellicole, tra le quali ricordiamo Fantastic Mr. Fox, Galline in fuga, Frankenweenie e La mia vita da zucchina.

Hai lavorato a progetti “hollywoodiani” ad alto budget con registi come Tim Burton (Frankenweenie) e Wes Anderson (L’Isola dei Cani), così come a progetti più ridotti e di stampo europeo come La Mia Vita da Zucchina. Come si riflette tale aspetto nella produzione di un film in stop-motion?

Ci sono grandi differenze nel lavorare a progetti ad altro budget rispetto a quelli che possiamo definire come “minori”. Nel primo caso, c’è sempre un team di animatori molto esteso, e ogni componente della squadra ha un ruolo ben preciso, cosa che contribuisce a rendere il lavoro più accurato e minuzioso possibile. Per film come La mia vita da zucchina ci sono team meno numerosi, cosa che si traduce in una serie di compiti addizionali e complementari, nonché a un carico di responsabilità più ingente: devi fare più lavori in uno, e se ti limitassi a un solo compito alla fine della catena produttiva del film ci sarebbero inevitabilmente dei pezzi mancanti.

Avere accesso a minori risorse limita o catalizza la creatività?

In ogni situazione di “emergenza” il compito dell’animatore, così come quello di qualsiasi artista, è sicuramente quello di cercare di dare massimo spazio alla propria creatività, che è la risorsa più preziosa della quale disponiamo. Ovviamente, bisogna anche stare attenti a non eccedere e perdersi nei meandri della propria mente; dunque, allo stesso tempo, bisogna cercare di rimanere più pragmatici possibile, cercando di ottimizzare al meglio il tempo e le risorse a propria disposizione, perché non c’è nessuno a organizzare per te il tuo programma, cosa che invece è possibile per progetti ad altro budget, dove è tutto più logistico.

Dopo Fantastic Mr. Fox e L’Isola dei Cani, sembra che quella di Wes Anderson sia quasi una “missione” per portare avanti l’arte dello stop-motion. Cosa trova lui di affascinante in questa tecnica, secondo te?

Penso che Wes sia un cineasta e un uomo magnifico, perché è in grado di capire ciò che è davvero lo stop-motion. Lui non solo abbraccia a pieno la nostra visione, ma è anche molto esperto delle tecniche, antiche e nuove allo stesso tempo, dietro questo tipo di animazione. Inoltre, credo che abbia trovato un punto di equilibrio perfetto nell’utilizzo dello stop-motion come mezzo per raccontare ciò che vuole, riuscendo a conservare un modus operandi ancora molto artigianale, limando al minimo la post-produzione con computer grafica ed effetti visivi digitali. Basti vedere ciò che ha fatto in L’Isola dei Cani per riuscire a ricreare al meglio, per esempio, i movimenti e i riflessi dell’acqua. Credo che Wes Anderson sia unico, in questo senso: infatti, con lo stop-motion riesce a creare un’arte visiva davvero speciale, anche grazie al suo grande immaginario.

Anche se lo stop-motion viene considerato una tecnica d’animazione “vecchio stile”, in realtà si avvantaggia molto degli avanzamenti tecnologici. Quanto è cambiata quest’arte da quando hai iniziato la tua carriera, e quali sono i vantaggi delle tecnologie attuali applicate allo stop-motion?

È vero, nella mente degli spettatori e più in generale dei non addetti ai lavori, lo stop-motion è ancora inteso come qualcosa “old school”, ma al giorno d’oggi questa tecnica si è evoluta tantissimo, grazie alla tecnologia moderna. Parliamo sempre di pupazzi, ma che oggi sono in grado di riflettere molte più emozioni, grazie alle micro-espressioni sui loro volti. Questo perché anche se all’esterno sembrano sempre uguali a quelli di un decennio fa, al loro interno c’è tutta una struttura articolata e tecnologica, manovrabile da remoto, che permette di ricreare una serie di piccoli movimenti “muscolari” fino a qualche anno fa impensabili, dando così al personaggio un aspetto, un’espressività e una posa sempre più “vera”, e quindi umana. Se dovessi spiegarlo con una metafora, oggi questi pupazzi sono precisi come orologi svizzeri: il merito è senza dubbio di tantissime persone talentosissime che hanno messo a disposizione dello stop-motion il loro talento, permettendone un’evoluzione straordinaria.

Qual è l’aspetto dello stop-motion che trova impossibile da replicare con altre tecniche d’animazione e che lo rende unico nel suo genere, tanto da averci costruito la sua carriera su, dedicandoci buona parte della sua vita?

Credo che quella dello stop-motion sia una vera e propria arte, e come tale, chi come me ha deciso di dedicarcisi facendone il proprio lavoro l’ha fatto perché ha sentito una sorta di vocazione. Da tempo immemore l’idea di lavorare con questi pupazzi mi ha affascinato, e questo amore non si è mai spento dentro di me. Infatti, il mio compito di lead animator a volte m’impone di passare molte ore al computer per verificare che tutti i passaggi della produzione siano impeccabili: bene, quando mi trovo davanti a uno schermo per ore inevitabilmente finisco per annoiarmi, e non vedo l’ora di tornare a “giocare” con i miei pupazzi. Quando sei sul set, invece, puoi scatenare il tuo estro e la tua fantasia creando la situazione ottimale per la messinscena che il regista vuole: si tratta di qualcosa di molto competitivo e dinamico, e ogni giorno si va a creare qualcosa di diverso. In questo mestiere, che ribadisco essere ancora molto artigianale al netto degli avanzamenti tecnologici, c’è ancora la necessità di lavorare manualmente, di creare qualcosa, letteralmente, con le proprie mani. Anche qui, faccio un’analogia: nessuno vero scultore vorrebbe mai creare una propria opera al computer, anche se le tecniche di oggi – come la stampa in 3D – lo permetterebbero. Per noi vale la stessa cosa.

In chiusura, torniamo all’Isola dei Cani: quale è stata la sequenza più difficile da animare?

Per me, una delle sequenze del film più difficili da animare è stata quella in flashback ambientata in ospedale. Il motivo è molto più semplice di quello che si potrebbe pensare: si trattava, infatti, di una delle prime scene che Wes ha voluto girare, e come tutte le prime scene in un film in stop-motion, i protagonisti non sono ancora rifiniti al cento percento. Infatti, in questi stadi preliminari bisogna continuamente intervenire con aggiustamenti anche apparentemente minimali, ma i cui effetti non solo possono rendere la sequenza migliore, ma possono aiutarti in tutto il resto della lavorazione. Bisogna cercare di capire al meglio questi personaggi, bisogna imparare a conoscerli come fossero “in carne e ossa”, conferendo loro il profilo emozionale ed espressivo migliore, secondo la visione del regista. Se guardi a quella specifica sequenza, noterai come ci siano molti primi piani e inquadrature ravvicinate, nelle quali l’emozione drammatica dei personaggi – con tanto di lacrime – deve trasparire: per animare questa scena abbiamo sudato sette camice, ma ne è davvero valsa la pena, perché ritengo che il risultato sia esattamente quello che io e Wes avevamo in mente.

l film è ambientato in Giappone e segue l’odissea di un ragazzo alla ricerca del suo cane.

Nel ricchissimo cast vocale ci sono Courtney B. Vance, Frances McDormand, Edward Norton, Yoko Ono, Scarlett Johansson, Tilda Swinton, Greta Gerwig, Bryan Cranston, Liev Schreiber, Bill Murray, Jeff Goldblum, F. Murray Abraham, Harvey Keitel, Kunichi Nomura, Akira Ito, Akira Takayama e Koyu Rankin.

La pellicola è uscita il 23 marzo negli USA; e il 1 maggio in Italia.

 

 

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