“La tigre bianca è la creatura che nasce una volta ogni generazione”, racconta la voce narrante del giovane e sottomesso autista privato Balram, che lavora per un’avida famiglia di ricchi. Balram riflette sul suo destino di uomo povero in India ma in qualche modo sa per certo di essere un prescelto, di essere quella rara eccezione capace di percorrere il cammino dell’impervia scalata sociale, di arrampicarsi sulla rigida piramide delle caste. Senza scivolare giù. E proprio la parola non solo è la salvezza di Balram ma è la forma stessa di La tigre bianca, in cui il protagonista rievoca il suo passato, con la scusa di una e-mail, in un flashback lungo tutto il film.

Scritto e diretto da Ramin Bahrani, La tigre bianca è, tuttavia, succube della sua stessa forma. Il film parte con la dichiarata intenzione di raccontare la verità sull’India attraverso la storia di un uomo qualunque: una parabola, dunque, attraverso cui raccontare la malata e millenaria relazione di dipendenza che intercorre tra il servo e il suo padrone (non proprio un’affare da poco), prendendo come esempio il rapporto che intercorre tra Balram e Ashok (interpretato dal famoso attore indiano Rajkummar Rao), un ricco che corrompe i politici per non pagare le tasse. La famiglia di Ashok cerca continuamente di salvarsi la pelle a spese di Balram, con una schizofrenia inspiegabile nel modo in cui prima lo odia, poi lo ama, poi se ne frega altamente. Ramin Bahrani cerca con la parabola narrativa del suo film il fascino perturbante di questa relazione di potere e dipendenza: tuttavia non fa che esporre questa intenzione a parole, continuamente, asfissiando totalmente la trama. Un luogo, la trama, dove invece risiederebbe la forza metaforica tanto agognata.

Ecco allora che l’intenzione alta, altissima del film di sgonfia inesorabilmente come un palloncino, soffocato dal peso di una retorica tutta parlata, ripetuta incessantemente, e mai costruita per allusione, per parallelismi, per evocazione. L’effetto, subito scoperto, è quello della decorazione, dell’abbellimento forzato di una storia che palesemente non ha quel tipo di forza. La tigre bianca sembra insomma volere un po’ giocare a fare Parasite (di cui ruba l’espediente narrativo del servitore-autista, l’ironia sull’”odore dei poveri”) senza avere assolutamente nulla della sua sofisticazione.

Dimenticata la voce narrante, se si segue soltanto l’ascesa di Balram non si ha nemmeno la soddisfazione sul piano dell’intrattenimento narrativo. Si ha infatti sempre la sensazione che il film stia per esplodere, che finalmente si sta arrivando l’azione… e poi non succede mai. Si mette un sacco di carne al fuoco, si aprono continui scenari possibilmente interessanti e non se ne percorre nemmeno uno, frustrando continuamente le aspettative dello spettatore.

La regia da manuale, pulita e sempre al servizio della storia, di Ramin Bahrani è allora un compito sufficiente a salvare la barca ma non abbastanza per farla arrivare in porto. Men che meno se l’obiettivo è un arrivo trionfale.