Samaritan, la recensione
Prelevato da un'era in cui i cinecomic non erano stati codificati, Samaritan nasce vecchio e, cosa peggiore, è privo di maestria
La recensione di Samaritan, in uscita il 26 agosto su Prime Video
Il problema tuttavia non è questo, perché il cinema di Stallone è sempre retrodatato, è sempre una macchina del tempo che prende qualcosa dal passato e lo porta nel presente. Spesso con ottimi risultati. Il problema è che Julius Avery (alla regia) ma soprattutto (Bragi F. Schut) alla sceneggiatura non sono in grado di mettere a posto quel che Stallone (che nei film che interpreta mette sempre mano) non ha chiaro. Si vede ad esempio che tutta la parte di azione, che dovrebbe essere quella impossibile da sbagliare per lui, è fuori standard. Il genere supernatural non gli appartiene e sbaglia movenze, espressioni e modo di interpretare i poteri. Un lungo disastro imbarazzante in cui niente è credibile mai e sembra di vedere i cavi che tirano gli oggetti lanciati.
Ma non solo. Si può dire che la qualità della scrittura di un film simile, così fieramente senza idee, stia tutta nell’impegno che va nel tratteggiare i tirapiedi del cattivo di turno. Personaggi marginali e di contorno che tuttavia non si possono escludere e che danno un tono alle scene, determinano la potenza del villain e ne certificano l’identità (il Joker di Nolan ad esempio li fa fuori nella prima scena e poi quasi non li vediamo, è solo; nei film Marvel invece non hanno identità, sono la personificazione dell’NPC dei videogiochi). Gli sgherri di quella specie di Alessandro Borghi americano che fa da villain (Pilou Asbæk) sono invece i soliti, quelli che si comprano al discount e che oscillano dal gigante di poche parole e sorrisetto lieto quando deve menare, all’immancabile viscido che ride sempre e tira fuori la lingua davanti alle ragazze legate e imprigionate, più la donna sexy e imbronciata d’ordinanza con capello corto.