Il 2020 è stato un anno particolare sia per Ben Affleck che per Sacha Baron Cohen. Il primo ha preso la distanza dai panni di Batman, guadagnandosi le lodi della critica per la sua profonda interpretazione in Tornare a vincere. L’attore di Borat ha invece fatto discutere il mondo con il seguito delle avventure dello strampalato kazako (con relativi scandali politici). Baron Cohen ha anche lavorato nel 2020 a un film radicalmente opposto rispetto alla sua sensibilità di regista: Il processo ai Chicago 7. L’opera di Aaron Sorkin, al contrario di Borat: seguito di film cinema, non lascia spazio all’improvvisazione e usa la commedia per raccontare fatti serissimi.

I due attori si sono incontrati in una chat virtuale nella rubrica di Variety Actors on Actors. Oltre a dimostrare una forte amicizia e ammirazione l’uno per l’altro, i due hanno discusso dei loro ruoli estremi. Hanno parlato dei rischi corsi per le scene più sconvolgenti di Borat: seguito di film cinema, e della profonda rappresentazione dell’alcolismo sullo schermo fatta da Affleck.

Realizzare il seguito di Borat

Baron Cohen ha raccontato a Ben Affleck i trucchi adottati per riuscire a intrufolarsi nella conferenza dei conservatori. L’attore, vestito da Trump, aveva interrotto il discorso di Mike Pence e aveva girovagato nella hall vestito da membro del Ku Klux Klan. “È stata una impresa in stile Argo“, ha spiegato al collega. La produzione si è sincerata che non venisse infranta alcuna legge, ma i piani per intrufolarsi erano degni di una “missione impossibile”.

Come ha spesso raccontato (ma con meno dettagli), l’attore si era presentato al convention center con un pesante costume da Trump. Mentre passava i controlli all’ingresso è stato fermato dalla sicurezza. Quando i controlli hanno segnalato un’irregolarità, Baron Cohen si è prontamente giustificato. Ha addotto la scusa di avere un pacemaker e che il filo che vedevano (probabilmente era quello del microfono nascosto) serviva a farlo funzionare. Si è poi nascosto nel bagno per cinque ore in attesa di entrare in scena. Per idratarsi ha razionato una lattina di coca-cola bevendone un piccolo scorso ogni ora.

Dopo l’incursione e l’allontanamento dal palco, i servizi segreti gli hanno chiesto la carta di identità. Se l’avessero scoperto, l’incursione sarebbe potenzialmente diventata di dominio pubblico, rovinando così la segretezza del film. Baron Cohen si è quindi opposto, sostenendo di avere la carta di identità nelle scarpe e di non avere intenzione di mostrarla se l’agente non avesse prima dimostrato di appartenere ai servizi segreti. In questo modo è riuscito a scampare il controllo.

Se volete scoprire come ha realizzato le altre scene leggete lo speciale che abbiamo dedicato al film.

Il processo ai Chicago 7

Lavorare con Sorkin

Per un attore così dedito all’improvvisazione non è certamente un approdo naturale quello di lavorare con Aaron Sorkin. Lo sceneggiatore e regista de Il processo ai Chicago 7 è, al contrario, celebre per la sua attenzione alla parola scritta e ben pianificata prima di andare sul set. Per questo motivo Cohen ha detto a ben Affleck che:

Mentirei se dicessi che non ero nervoso all’idea di lavorare con Aaron, perché è il più grande sceneggiatore vivente. È lo Shakespeare dei nostri tempi. Perché scegli me nel cast, che sono un ben noto improvvisatore, e mi fai pronunciare delle battute importanti? (…) ho passato probabilmente due mesi proponendogli dialoghi alternativi, perché ho letto tutto quello che Abbie Hoffman (il suo personaggio n.d.r) ha scritto. Aaron è stato così gentile da assecondarmi ogni volta dicendomi “grazie, ma no”.

Come Ben Affleck è tornato a vincere

Sacha Baron Cohen si è detto un grande ammiratore del lavoro di Ben Affleck, in particolare della sua interpretazione in Tornare a vincere. Il suo personaggio, Jack Cunningham è un allenatore di basket depresso e alcolizzato. Soffre per la separazione dalla moglie e la perdita di un figlio. Per questo si butta nell’alcol come unico palliativo al suo dolore, entrando però in una spirale di autodistruzione. Il ruolo è tra i più complessi mai interpretati dall’attore. In particolare, in una scena chiave, Jack è tormentato da un dilemma e continua ad avvicinarsi al frigorifero aprendo e bevendo lattine di birra. Una sequenza inizialmente dal tono quasi comico che, gradualmente, rivela la sua drammaticità. Ben Affleck ha risposto all’ammirazione collega attribuendo la riuscita della performance all’età.

Sento che la mia recitazione, per lo meno per i miei standard, è migliorata mentre io sono invecchiato, e ho una maggiore esperienza della vita e più emozioni a cui far riferimento.  E per un ruolo come quello, io sono un alcolizzato, quindi riesco a capire in una buona misura cosa comporta l’alcolismo, ma non ho mai perso un figlio.

Ed è qui che interviene il mestiere dell’attore di comprendere la condizione umana anche senza averne esperienza diretta. In quella parte e in quel film non c’è altro che emozione, secondo Affleck:

Sì, c’è il basket e c’è la trama, ma alla fine il film ha successo o fallisce se il pubblico riesce a empatizzare con il pubblico o meno.

Per fare questo ha cercato di mantenere il tutto il più realistico possibile, ma non ha mai bevuto sul set, nonostante l’immedesimazione in quelle scene. Incalzato dal collega sui progetti futuri, Affleck ha confessato di volersi prendere un periodo in cui esplorare ruoli più sentiti. Una scelta derivata proprio dalla calda accoglienza ricevuta dal film. “Credo che il mio periodo Armageddon sia dietro di me” ha detto. Staremo a vedere se il proposito verrà realizzato e se, magari, questo nuovo Ben Affleck riuscirà a conquistare nuovamente l’apprezzamento critico e qualche premio importante.

Cosa ne pensate del dialogo tra Sacha Baron Cohen e Ben Affleck? Fatecelo sapere nei commenti.

Fonte: variety