Collateral va in onda su Iris questa sera alle 21:00 e in replica domani alle 9:14. Lo trovate anche in streaming su Netflix

Ci sono film che vedono la luce dopo un lungo e certosino lavoro di ricerca e documentazione e una serie infinita di stesure che li trasformano completamente rispetto a com’erano stati concepiti; e ci sono film che nascono da un’idea semplice e quasi casuale, quasi dimenticata finché non diventa la base per un film di Michael Mann con Tom Cruise e Jamie Foxx. Collateral appartiene ovviamente a questa seconda categoria: concepito da Stuart Beattie nel 1989, ci ha impiegato quindici anni a vedere la luce, e con il senno di poi ne è valsa la pena; è uno dei film di Michael Mann più belli, dove la parola va intesa nel senso più letterale possibile: non c’è un solo momento in tutto il film durante il quale non valga la pena di mettere in pausa e godersi lo spettacolo. E poi è lo One Hour Photo di Tom Cruise, il primo film della sua carriera nel quale abbraccia a tutto tondo il ruolo di villain.

Collateral e The Last Domino

Torniamo su Stuart Beattie (tutto quello che leggerete a riguardo in questo pezzo proviene da qui): a 17 anni, quando ancora abitava a Sydney, gli capitò di prendere per la prima volta in vita sua un taxi da solo; nel tragitto aeroporto-casa fece amicizia con il tassista, e verso la fine del viaggio, citiamo letteralmente, «mi è venuto in mente uno di quei bizzarri pensieri da malato di mente, una cosa tipo “stiamo parlando come se fossimo amici e per quanto ne sai potrei essere un maniaco omicida e tu mi stai dando la schiena”, e la storia è cresciuta a partire da lì». Intitolata inizialmente The Last Domino, la sceneggiatura di quello che poi diventerà Collateral venne scritta nel 1991, quando Beattie studiava a Oregon State; lì rimase in un cassetto per anni, fino al giorno in cui Stuart Beattie, cameriere, incontrò un’amica dei tempi dell’università, scoprì che era diventata produttrice ed era in cerca di un thriller, le propose The Last Domino e vide la sua vita cambiare molto rapidamente.

Inizialmente il film venne proposto a HBO, che rifiutò dicendo “non fa per noi” (bizzarro, se pensate a HBO e a Collateral), poi a DreamWorks, che ingaggiò Russell Crowe per il ruolo di Vincent l’assassino; Crowe a sua volta coinvolse Michael Mann, poi abbandonò la nave perché i lavori andavano a rilento, e al suo posto Mann chiamò Tom Cruise. L’altra scelta (per il ruolo di Max, il tassista) doveva essere Adam Sandler, che con una brillante mossa di carriera declinò preferendo continuare a lavorare a Spanglish – Quando in famiglia sono in troppi a parlare, aprendo così le porte a Jamie Foxx, un altro attore noto per i suoi ruoli comici e pronto a fare il grande salto dall’altra parte della barricata. Rispetto alla sceneggiatura di The Last Domino, anche il setting cambiò, spostandosi da New York (“il luogo che ti viene automaticamente in mente quando pensi a storie di tassisti” secondo Beattie) a Los Angeles, una scelta che diede modo a Mann di sperimentare con il suo nuovo giocattolo preferito, le macchine da presa digitali. Come avrete notato, Collateral è talmente denso di spunti produttivi che c’è il rischio di dimenticarsi di parlare del film in sé.

 

Vincent

Collateral non è solo un thriller

E il film in sé offre altrettanti spunti di riflessione. Sulla carta è una storia molto semplice: Vincent è un assassino, Max un tassista, Vincent deve uccidere cinque persone in cinque punti diversi di Los Angeles nel corso di una sera, Max viene incoraggiato ad aiutarlo facendogli da chaffeur. Collateral ha una struttura ciclica e ripetitiva, quasi ipnotica: Max e Vincent vanno dal punto A al punto B, Vincent ammazza qualcuno, Max e Vincent vanno dal punto B al punto C, e così via. Ognuno dei cinque omicidi è un piccolo cortometraggio a parte, e tutti e cinque sono regolarmente separati da una sequenza introspettiva-esistenzialista nella quale Max e Vincent confrontano, controvoglia ma non troppo, le rispettive visioni del mondo, del senso della vita, del significato della morte.

In altre parole, Collateral è un thriller arricchito da una caratterizzazione dei personaggi e una cura nei dialoghi che solitamente sono riservate ad altri generi dove l’azione è meno in primo piano. Non è una critica agli altri film (la semplicità, la sintesi e la scarsa loquacità sono strumenti fondamentali per far funzionare ogni buon action), solo la constatazione che Mann, oltre che un perfezionista, è anche un onnivoro e un ingordo, uno che non vuole mai fare “solo” qualcosa. Collateral non vuole essere “solo” un thriller, ma usare la struttura del thriller per imbastire una serie di riflessioni che sembrano quelle che nascono durante un lungo viaggio in treno o in taxi: qual è il rapporto tra le dimensioni di una metropoli e la vastità della solitudine di chi ci abita? Che senso ha avere un sogno se poi non ci si prende mai il rischio di provare a realizzarlo?

 

Collateral Tom Cruise

L.A. è un personaggio

Tutto questo è collocato sullo sfondo di una Los Angeles infinita e surreale, una serie di pozze di umanità separate da deserti fatti di grattacieli e autostrade, un luogo dove non si può vivere senza una macchina, dove non si passeggia mai dal già citato punto A al già citato punto B – altre persone a questo punto userebbero un’espressione tipo “non-luogo”, ma noi eviteremo.

(vale la pena notare che il risultato è doppiamente efficace per via del già accennato utilizzo di camere digitali, non il primo nella storia del cinema ma quello che più di tutti ha cambiato le carte in tavola; è un discorso molto tecnico e non facile da affrontare in poche righe, ma se vi interessa l’argomento, qui c’è una lunga intervista al direttore della fotografia Dion Beebe che spiega perché la Los Angeles di Collateral ha l’aspetto che ha, e perché sembra che la luce arrivi da tutte le direzioni contemporaneamente)

E soprattutto tutto questo funziona perché i due protagonisti, e il resto del cast, riescono a venderci la cosa fondamentale per un thriller: l’interesse per il loro destino. Tutti i personaggi di Collateral, con la parziale eccezione dei due protagonisti, sono caratterizzati con pochi, misuratissimi dettagli: una battuta qui, un’esitazione là, il modo in cui si vestono, le cose che non dicono. Non ci serve un monologo di un quarto d’ora per conoscere Daniel Baker, il proprietario del jazz club dove Max e Vincent si fermano nel corso della loro serata; ma quel poco che sappiamo è talmente interessante e stuzzicante, talmente lontano dalle soluzioni standard del genere, che i suoi cinque minuti di screentime rimangono indimenticabili.

 

Cruise e Foxx

E poi ci sono loro due, ovviamente. Cruise non deve fare altro che mettere in scena la sua sicurezza di sé, il suo sorriso disarmante e la sua aria da “se voglio fare una cosa la faccio e non c’è nulla che mi possa fermare”, e applicarla a un killer prezzolato che deve far fuori cinque persone entro la fine della giornata; il suo Vincent è una forza immorale, cinica e priva di sentimenti, che continua a disumanizzarsi con il passare della serata, tanto che sul finale Mann lo mette in scena come fosse il mostro di un horror. Gli viene benissimo, e il sospetto è che il motivo per cui Cruise non ha quasi mai più replicato un ruolo simile sia principalmente pubblicitario e di tutela della sua immagine.

Il vero vincitore, però, è Jamie Foxx, che riesce a venderci il più convincente arco di trasformazione da tassista sognatore timido e un po’ codardo a eroe salvatore della donzella in pericolo dai tempi di Die Hard. È un viaggio campbelliano intriso di cultura pop: durante la terrificante scena dell’incontro tra Vincent, Max e la madre di Max, quest’ultima dice del figlio che “non ha mai avuto tanti amici, preferiva parlare da solo davanti allo specchio, che non fa bene”, ed effettivamente è impossibile non notare i paralleli tra lui e il protagonista di Taxi Driver, dove Max rappresenta in un certo senso l’anti-Travis Bickle (ci sarebbe poi il dettaglio che il momento in cui Max prende coscienza della sua forza e comincia a reagire a Vincent coincide con il momento in cui si toglie gli occhiali, ma forse è overthinking).

L’unico vero difetto di Collateral è anche quello irrisolvibile: quello che è un thriller raffinato, sperimentale e sovversivo per i primi due atti si sposta bruscamente in territori più convenzionali per il finale, nel quale una serie di coincidenze più o meno improbabili convergono per causare l’inevitabile rendez-vous tra i due protagonisti. D’altra parte è proprio negli ultimi minuti del film che sono concentrate alcune delle migliori sequenze d’azione del film, per cui scegliamo di godercele e di ignorare il fatto che Collateral scelga di risolversi nel modo più prevedibile. E poi, voi ve la sentite davvero di criticare un film che contiene questa scena?

 

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