Fast and Furious compie 20 anni: come si cambia per non morire

Oggi quello di Fast and Furious è il franchise più redditizio in attività tra quelli che non fanno riferimento a proprietà intellettuali preesistenti. Non ci sono dietro dei fumetti, dei romanzi, una linea di giocattoli, una vecchia serie tv o anche solo dei film degli anni ‘70 da riprendere. Fast and Furious parte da zero nel 2001 come un film di corse in auto, genere che negli anni ‘70 aveva vissuto un’era di exploitation ma che era stato poi dormiente fino a fine anni ‘90 con la serie di film francesi Taxxi. A seguito del successo di Fast And Furious invece sarebbe nato un incerto franchise irregimentato solo a partire dal quarto sequel (che già è incredibile), mentre il mondo del cinema cercava di imitarlo con Drive Angry, Need For Speed e simili. Solo un anno prima invece Nicolas Cage ci aveva provato con Fuori in 60 secondi, sbagliando la formula.

Fast and Furious invece non sbaglia niente a partire dalla scena iniziale in cui mette le carte in tavola e stabilisce delle regole che paiono elementari ma in pochi rispettano: gli stunt con le macchine si fanno davvero. In questo film di corse paradossali in cui quando qualcuno attacca il NOS la realtà fuori dall’auto si deforma perché stanno andando troppo veloci, poi le parti di guerriglia tra veicoli sono in realtà filmate davvero, con auto che realmente si ficcano sotto i camion e via dicendo. Era già stato il segreto di Taxxi e Rob Cohen ha la grande idea di replicarlo. Soprattutto Fast and Furious è secco e va al punto, caratteristica che la serie ripudierà quasi subito scegliendo di diventare grande e larga, un panino pieno di tutto.

A differenza dei moderni capitoli, che sono storie di spionaggio tecnologico internazionale, il primo era un film di corse illegali, in cui una parte della produzione aveva assistito a corse illegali e che aveva incluso come comparse veri corridori illegali. C’era poi un articolo comparso su Vibe intitolato Racer X (sulle corse illegali) a fornire l’inquadramento per la storia e infine ad un certo punto dello sviluppo del progetto il coinvolgimento di David Ayer alla sceneggiatura trasformò la sceneggiatura da totalmente bianca a più inclusiva e quindi vicina al vero mondo delle corse. Il classico misto di tanti contributi che forma i film hollywoodiani qui dà vita a qualcosa di contemporaneamente molto artefatto e molto fedele ad un mondo raramente raccontato.
Il contributo finale è il più divertente: il titolo The Fast And The Furious apparteneva a Roger Corman per un suo film di corse del 1954 e la Universal ottenne da lui di poterlo usare.

La forma finale del film è uno strano buddy movie che da subito porta su di sé germi di cinema cinese (gli stessi che poi esploderanno nei capitoli di grande successo in vero e proprio world cinema). C’è infatti un personaggio duplice, un poliziotto sotto copertura nel mondo delle corse ma anche un corridore che deve confrontarsi con dei contatti con i quali è troppo compromesso. Dall’altra parte c’è Dominic Toretto, figura introdotta fin dall’inizio come potente, eccezionale, più grande della vita, un filosofo della corsa con la sua frase sentenza, “Vivo un quarto di miglio alla volta”, magnifica nel suo non voler dire nulla di specifico ma essere aperta a più letture possibili. Quando Vin Diesel firma non era ancora uscito Pitch Black, dunque non era mai stato protagonista di un film e qui invece veniva preso come star. Paul Walker ha più minutaggio sullo schermo ma è Dominic Toretto ad avere un peso specifico reale.

È un patchwork di diverse spinte e diverse possibilità, unito da un sacco di ritmo, azione e un concetto di “familia” che va costruendosi senza che nessuno abbia ancora il coraggio di puntarci.

I Toretto già fanno barbecue nella loro villetta, come accadrà in quasi ogni altro film e fin dall’inizio viene messo in chiaro uno dei tratti fondamentali della saga: chi è nemico in un film diventa amico in quello dopo. Fast and Furious a partire dal quarto capitolo (dopo quella deviazione incredibile che è stata Tokyo Drift, un esperimento senza senso che ha stranamente funzionato) è stato un blob in grado di mangiare personaggi, un polo di attrazione così forte che chiunque se ne tenga ai margini viene gradualmente tirato dentro. Quello che la saga ha sempre detto al suo pubblico è che ogni persona è doppia e che gli interessi che oggi ti rendono cattivo oggi possono renderti parte della familia domani.

Nonostante una serie di cambiamenti e aggiustamenti in corsa per un franchise che di certo non nasceva come un franchise e il cui sviluppo a lungo non è stato accuratamente pianificato, sorprende vedere quanto dei successivi capitoli era già presente in questo. Quello che invece non è stato più replicato, perché il mondo del cinema e dei grandi film è cambiato, è il sesso. Fast and Furious univa motori, amicizia, famiglia e sesso, creava un microuniverso in cui rappresentare e discutere tutti i legami fondamentali. Il clan Toretto viene sconvolto dall’arrivo di Paul Walker, che stabilisce un legame con Dominic e questo genera gelosia nella “familia”. Gelosia acuita dal fatto che c’è attrazione ricambiata con la sorella Dominic. Esistono dei grandi tiranti interni alla storia, corde che rischiano di spezzarsi se tese eccessivamente e che puntellano tutto il lavoro sulle auto, i motori e le corse. Tutto questo non c’è più, i Fast and Furious miliardari sono totalmente privi di sesso, privi di attrazione e eccitazione. Vedere l’unione appeal sessuale e macchine, di amplessi in cucina e litigate in salotto, ci ricorda che il punto iniziale era ancora un cinema maschile nel senso machista del termine, uno che cercava di unire i piaceri per le donne e per le auto, mentre il punto oggi è una forma di intrattenimento così spettacolare e coinvolgente da essere buona per chiunque.