C’è una statua di metallo di RoboCop alta tre metri che cerca casa a Detroit.

Tutto iniziò nel 2011 quando il sindaco di Detroit Dave Bing venne chiamato in causa da un bizzarro tweet. Nonostante infatti RoboCop non girato girato nei veri set naturali della città, la presenza nel film di una suggestiva Detroit distopica ha creato un legame inscindibile tra la città e il celebre poliziotto robot. 

Nel tweet un fan del film di Paul Verhoeven faceva notare che Detroit aveva bisogno di una sua statua di RoboCop. Faceva notare che, come Philadelphia ha la statua di Rocky ormai diventata un simbolo e un’attrazione turistica, così anche RoboCop sarebbe un ottimo rappresentante per la sua città. 

Il post fece scalpore sui social diventando virale. Si generò un passaparola tale che la faccenda divenne in poco tempo seria. Brandon Walley e Jerry Paffendorf, i fondatori di Imagination Station una società dedicata ai progetti di arte pubblica, si interessarono subito alla cosa.

Nacque una campagna di Crowdfunding che ottenne un buon successo iniziale facendo parlare di sé i media locali. Chiaramente la notizia aveva l’aspetto di un fatto bizzarro, quasi al limite dello scherzo. 

Tutto cambiò quando il sito web Funny or Die pubblicò un video in cui l’attore Peter Weller (interprete di RoboCop) mostrava tutto il suo entusiasmo per il progetto. Ne parlava come se fosse un piano reale, un’opera possibile. Creava un nemico, il sindaco, reo di avere definito l’idea come “sciocca” e invitava la popolazione a partecipare alla campagna di raccolta fondi.

 

In quegli anni la città stava affrontando una grave crisi economica, con un conseguente crollo dell’industria e un aumento del degrado sociale. Il monumento venne raccontato come un segno di ricostruzione, di ripartenza della città. 

La campagna schizzò così alle stelle fino a raccogliere la cifra di 65,000 dollari. Un risultato impensabile e significativo. Non restava che partire con la produzione e concretizzare il progetto. 

Brandon Walley e Jerry Paffendorf affidarono il design del colosso di metallo allo scultore Giorgio Gikas. L’idea era di portare a termine i lavori entro poche settimane, trovare un luogo dove collocarla e sperare che la curiosità potesse attirare un’ondata di turismo. 

Un piano a dir poco utopico che si scontrò contro mille difficoltà. Il gruppo dovette ottenere i permessi dai detentori dei diritti del personaggio e creare i primi modelli 3D su cui basare l’opera. Nel 2012, a un anno di distanza, registrarono e ammisero evidenti ritardi. Dissero come giustificazione che persone stavano lavorando pro bono e, ingenuamente, la cifra di 65,000 dollari si stava rivelando esigua rispetto all’impegno economico che richiedeva il colosso di tre metri. 

Nel 2013 il debito di 18 miliardi di dollari che gravava sulla città ne fece dichiarare il fallimento. Molte delle persone che lavoravano al monumento si trasferirono, la città cadeva a pezzi, cercava di rimettersi in piedi tagliando gli stipendi e vendendo immobili. La creazione di RoboCop si arenò. Nel 2016 tutto sembrava perduto, il lavoro immaginato come di pochi giorni si trascinava ormai da anni. Lo scultore Giorgio Gikas nel frattempo si era ammalato di un cancro al colon che l’aveva reso in fin di vita.

Riuscì a guarire dopo molti mesi e a rimettersi al lavoro e, infine, a concludere l’opera.

Il Michigan Science Center aprì le sue porte a RoboCop, pronto per ospitarla.

Ma oggi tutto è cambiato ancora, e il monumento sembra non trovare pace. A 10 anni dall’inizio dell’avventura, e a poco dalla sua conclusione, RoboCop è costretto a cambiare casa. In un recente comunicato il Michigan Science Center ha spiegato che: “a causa della pressione economica generata dalla pandemia, le risorse saranno indirizzate nella nostra prima missione, di servire gli studenti del Michigan e le famiglie”.

Non c’è più spazio per la statua, che assorbe denaro per i costi di mantenimento. Entro pochi giorni RoboCop dovrà trovare una nuova casa.

Un simbolo della città chiuso a chiave tra quattro pareti di un magazzino, aspettando di tornare a raccontare la voglia di ricostruzione e di giustizia di chi l’ha creato.

Fonte: metrotimes