Dune di Denis Villeneuve visto in condizioni ottimali, in un cinema dotato di schermo gigantesco e impianto audio d’eccellenza, è un simulatore di terremoti. L’unico in grado di mantenere le scosse costanti per quasi tre ore. Si potrebbe dire solo questo per smentire l’idea, molto di moda tra i detrattori di Denis Villeneuve, che la sua opera sia in realtà un perfetto esercizio di stile senza anima. Un film estetico, ma poco viscerale. Basterebbe invece ascoltare le proprie ossa, gli occhi pieni di dettagli e le orecchie immerse in un universo sonoro ricchissimo per trovare già una ragione all’esperienza.

Capiamo però che non sempre le condizioni di visione sono ottimali (ce ne parlava il nostro Andrea Bedeschi pochi giorni fa). E poi, ovviamente, anche in caso di una proiezione perfetta è lecito uscire con l’impressione di un film emotivamente scarico. Magari fatto con eleganza, ma senza passione “erotica” e “spirituale” (concedeteci i termini).

Solo che non è vero. Non totalmente, per lo meno.

È chiaro a tutti che Villeneuve non è certo un regista come David Lynch o Alejandro Jodorowsky. L’interpretazione data dai due all’opera di Frank Herbert era estremamente personale. Jodorowsky in particolare voleva usare il materiale di partenza per un film che doveva essere colossale e rivelatorio a prescindere dal suo contenuto. Consideriamo anche che questo Dune sconta pure la colpa di non finire… o comunque di terminare sul più bello. A differenza dei precedenti tentativi, quella iniziata dalla Warner è effettivamente la versione più filologica possibile del libro. La penna di Herbert è però tutt’altro che calda. Consideriamo che siamo in un futuro distante, in cui le emozioni travolgono solo gli uomini e le donne deboli. Sebbene attraversati da drammi e tensioni indicibili, i personaggi cercano di assimigliare a macchine razionali. Per essere eroe, o eletto, occorre il dominio del proprio mondo interiore. 

Osserviamo le Bene Gesserit, figure femminili eccezionali. Per nulla allineate con la figura di donna degli anni ’60. Non c’è umore che non controllino, anzi, leggendo i segnali somatici involontari riescono a operare un controllo mentale. Conducono un loro disegno segreto da secoli, senza concedersi il lusso di deviare dal percorso improvvisando. Se Dune appare quindi calcolato, è perché il viaggio da Caladan ad Arrakis non concede spazio alle emozioni improvvisate.

La paura uccide la mente. La paura è la piccola morte che porta con sé l’annullamento totale” si ripete Lady Jessica in un momento chiave del film. Il figlio, Paul Atreides è di fronte alla Reverenda Madre. Sta provando dolore puro, non fisico ma interamente generato nella sua mente. Fuori la donna ascolta le grida del ragazzo. Nella scena Rebecca Ferguson (la migliore nel nutrito cast) è bravissima a rendere con ambiguità la situazione.

Villeneuve ha tagliato l’impressionante inquadratura vista nel trailer di Paul che grida in preda al dolore. In Dune c’è il contro campo di quel momento. Lo sentiamo dall’esterno della stanza, dove la madre si contorce in preda a un dolore che non possiamo capire. È un male emotivo, dovuto alla sofferenza di dover sentire la carne della propria carne martoriata e a rischio di morte? O Jessica sta aiutando il proprio figlio partecipando alla sua sofferenza?

 

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È una scena potente e importantissima, che imposta il tono che seguirà.

Villeneuve la esegue con compostezza, con fredda oggettività, non calca la mano sulle emozioni. Possiamo scegliere se ignorarle o vederle orientando il nostro sguardo sul grandissimo schermo verso gli occhi di Jessica. Quando rientra nella stanza, e vede il figlio vivo, la Bene Gesserit ha un breve istante di cedimento nella sua compostezza. È una vitalità che emerge come una piccola luce nel grigio, ma che viene soffocata perché le regole di quel mondo lo impongono.

C’è un altro momento profondamente toccante in Dune che la regia sceglie di non sottolineare, lasciando allo spettatore il compito di intravederlo. Si tratta della sottotrama del sigillo di casa Atreides. Capiamo già nelle prime battute del film che quell’oggetto è più di un simbolo. Per il Duca Leto ciò che porta al dito è l’unica eredità. Un piccolo oggetto che cambia la vita. Un fardello fatto di gloria e di -possibile – morte.

Paul nasce da una disobbedienza, da un’intuizione pienamente spirituale. Jessica doveva concepire una figlia femmina per ordine delle Bene Gesserit al fine di compiere un ulteriore passaggio verso il Kwisatz Haderach. In Paul, nato per amore e non per unione genetica, c’è un contrasto dilaniante che il ragazzo rifiuta. La sua sola vita porta al conflitto. Il suo percorso, rivelato dai sogni, è incerto. Un sovrano che rifiuta la sua vocazione e che l’accetta solo quando la casa Atreides è annientata nel deserto.

Villeneuve usa l’ambiente terso per comunicare l’oppressione esistenziale del principe. C’è uno scambio importantissimo con sua madre, dopo che ha congedato le altre Bene Gesserit. Il figlio ha ascoltato il suo destino, nascosto nella nebbia, eludendo gli attenti poteri delle cosiddette “streghe” (sono chiamate così, con disprezzo, da coloro che hanno paura dei loro poteri). Le emozioni di Dune sono sottili, adulte, perché mai esplicite. Sono delegate a piccoli scambi di informazioni non verbali. Come il modo in cui Jessica comunica con il figlio tramite un sistema di gesti minimale e rapidissimo.

Persi nel deserto di Arrakis i due decidono il da farsi. Prima di affrontare il calore del pianeta si devono vestire con le tute che assorbono l’umidità e i liquidi corporei. A questo punto della maturazione, Paul sta accettando il suo cammino. È ancora però un giovane incerto e pieno di paure. Si toglie la maglia per indossare il nuovo vestito. Entriamo in soggettiva della madre che guarda la schiena fragile e magra del figlio. In quell’inquadratura Villeneuve non esplicita cosa sta provando Jessica. Lascia a noi il compito di immedesimarci. Paura? Pietà per il destino a cui l’ha condannato generandolo? Orgoglio?

Paul risponde poi, girandosi verso la madre. È un sguardo diverso dal solito, che stupisce a questo punto del film, è quello di un guerriero solo apparentemente sicuro che cerca un ultimo conforto. Il suo compimento sarà proprio abbandonare la guida della madre e scavalcare la duna insieme ai Fremen come scelta autonoma.

Come si sarà capito a questo punto, il Dune di Villeneuve è subliminale. La sua oggettiva ricchezza di dettagli – e di cura nelle scenografie e nei costumi – è una tecnica di comunicazione calda in un universo freddo. Bastano dei simboli per chiarire appartenenza, intenzioni e scopi. Come il rombo inciso nel metallo della nave Harkonnen, segno che troviamo sulla fronte del dottor Wellington Yueh, che serve a Jessica per trovare gli oggetti per sopravvivere nel deserto. O il segno con la spada che fa Paul nel combattimento finale. Non ci serve che il film ci dica a chi sta pensando in quel momento il ragazzo, l’abbiamo già visto fare a Duncan Idaho, suo amico e maestro.

 

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La formazione da guerriero è compiuta in quel momento. Un tributo all’eroe che gli ha salvato la vita, ma anche l’interiorizzazione dei suoi insegnamenti. Se non è un momento di cuore e carne questo! Solo che non è esplicito, va cercato, va compreso come se avvenisse di nascosto. Sembra che i personaggi sappiano di essere osservati e ci privino consapevolmente del loro mondo emotivo, raccontandoselo però a vicenda. Perché lo spettatore possa accedere serve che impari il linguaggio.

La saga di Dune, iniziata nel 1965, ha ispirato gran parte della fantascienza moderna. Impossibile non vedere i debiti che Star Wars ha nei confronti di Herbert. Erano anni di grande esplosione di religiosità alternative ed esoteriche. Villeneuve, regista contemporaneo per un pubblico secolarizzato, non può mantenere l’afflato mistico presente nell’opera di Lynch. Con una buona dose di astuzia non lo annulla però completamente, anzi, lo contamina con il tema ecologico e di armonia con la natura.

È incredibile quanto il design degli oggetti racconti una storia a parte, fatta di ispirazioni dal mondo animale (come le tute derivate da un piccolo animale del deserto). Quando l’ornitottero (un elicottero che ricorda una libellula) con cui i due protagonisti fuggono dagli Harkonnen incontra una tempesta di sabbia, Paul fa una mossa controintuitiva. Lascia i comandi. Resta in balia del vento.

Il film arriva qui al suo picco spirituale. Ha passato lunghi minuti nella guerra. Ha mostrato le leggi, le culture e gli strumenti tecnologici di Dune. Ci conduce ora nella filosofia mistica: con un eletto che non sceglie il suo destino, ma si abbandona ad esso. Cammina seguendo il ritmo dell’aria nel deserto. Viene condotto, quasi per mano, da delle forze più grandi e incomprensibili come l’aria, la sabbia, ma anche l’acqua e il fuoco. 

Sono tanti i momenti in cui Dune esprime un’anima sofferente ed emozionante. Sono i gesti disperati del Duca Leto che cerca di togliersi il dardo avvelenato che sta penetrando lo scudo. La sua successiva resa, quando sceglie di usare gli ultimi istanti per vedere chi l’abbia tradito. C’è il dramma in un traditore fedele, che vuole salvare la moglie, ma aiutare il suo sovrano, fallendo in entrambe le cose.

Dune è un film in cui i cattivi ribollono nei fanghi, e dove ogni oggetto ha un peso percepito nello scricchiolare del metallo. Villeneuve non ha fatto un film freddo, ma un’opera in cui ci si sente piccoli e impotenti. Fuori scala, con il grande superato e travolto dal grandissimo e dove le vicende umane appaiono talvolta trascurabili. Non c’è dramma che tenga al cospetto di Shai-Hulud. Shadout Mapes grida sfiorando con le mani il Crys. I popoli sono addestrati al compiacimento e intonano canti fasulli di gioia.

Non è vero che Dune è freddo, senza emozioni; Dune è un film trattenuto, proprio come il mondo in cui è ambientato, ma con un cuore pulsante che ribolle sotto la superficie e che sta a noi imparare a cogliere.