Sposa!, la recensione: da pastiche a pasticcio il passo è breve
Una reinvenzione di La moglie di Frankenstein tra gangster movie, musical e citazionismo che però si perde nella confusione stilistica
Se Emerald Fennell ha messo tra virgolette le sue Cime tempestose, Maggie Gyllenhaal ha aggiunto un punto esclamativo alla fine del titolo Sposa! (The Bride), anche in questo caso per indicare uno scarto di tono nell’adattamento. Solo che, stavolta, più che di adattamento si tratta di una reinvenzione: il romanzo di Mary Shelley fa da sfondo; la base è un film del 1935 nel quale il regista James Whale creò un seguito a quel romanzo; il risultato è un’opera, appunto, esclamativa, che sbatte in faccia al pubblico le proprie immagini e le proprie tesi. In quelle esclamazioni, però, si avverte un forte senso di confusione.
Il Frankenstein degli anni del gangster movie
Sposa! è ambientato negli stessi anni in cui uscì il film originale, gli anni Trenta del gangster movie, e vede la Creatura di Frankenstein (Christian Bale) chiedere alla dottoressa Euphronius (Annette Bening) di creargli una compagna per soddisfare il suo bisogno di amore e relazioni personali.
I due trovano il materiale ideale nel corpo di una donna, Ida (Jessie Buckley), da poco uccisa dagli sgherri di un boss mafioso, ma posseduta dallo spirito di Mary Shelley; il rapporto tra i due “mostri” diventa esplosivo.
La regista scrive e produce un pastiche di generi e citazioni con l’intento scopertissimo di reclamare una voce per le donne, partendo proprio dall’indole femminista di Shelley (messa a tacere dalla Storia). Mescola horror, gangster e grottesco con gusto postmoderno sfacciato, citazionismo a tutto spiano e velleità politiche bene in evidenza, con tanto di Sposa che nella scena madre grida spudoratamente “Me too” più volte.
Un discorso femminista che resta sulla carta
L’obiettivo, evidentemente, è raccontare la condizione delle donne che, nei due secoli trascorsi dalla creazione del romanzo da cui tutto è partito, si è evoluta solo in senso normativo, ma non troppo nella pratica della vita quotidiana. Gyllenhaal vuole dare voce a personalità femminili che non l’hanno mai avuta, ribadire la vitalità delle donne anche contro la morte ed esaltarne la libertà anarchica.
Sarebbe esaltante sulla carta; poi però ci troviamo di fronte a un film in cui, al netto della connotazione erotica del personaggio di Ida/Sposa, non vediamo nulla di davvero conturbante. Se non qualche momento che sembra voler ricordare Crash — la Sposa con un tutore metallico alla gamba che lecca ferite e cicatrici della Creatura, ribattezzata Frank — con il maschio ritroso di fronte alle avances di lei.
Per quanto riguarda la natura ribelle della figura femminile, che provoca una reazione popolare come in Joker e trasforma le donne in potenziali Harley Quinn, risulta però contraddittorio che alla fine sia la creatura maschile a salvarla dai guai, in più di un’occasione.
Quando lo stile diventa confusione
Il vero grande problema di Sposa! però non sta tanto nella contraddizione tematica o nel suo schematismo — che tradisce una certa povertà di discorso — quanto nella confusione concettuale e stilistica. La regista mescola e aggiunge modi, stili e influenze senza alcun nesso, solo per il gusto dello scontro e dello spiazzamento. Gyllenhaal infila elementi a caso, come il musical; va sopra le righe come Baz Luhrmann; giustappone tutto senza motivo e senza che questa confusione diventi una vera sovversione punk, come vorrebbe. Non riesce a dare a questo film — fatto con pezzi di altri film proprio come la Creatura di Shelley — la statura e il senso che vorrebbe avere.
Un calco di Fred Astaire e Ginger Rogers, Ida Lupino, Povere creature! e Bonnie and Clyde, Frankenstein Junior e The Rocky Horror Picture Show; una tremenda sequenza dentro un cinema con inseguimento a base di forconi, poi due detective hard boiled; addirittura Herman Melville, di cui viene ossessivamente ripetuto il “Preferirei di no” dello scrivano Bartleby.
Tutto senza un vero senso, ma anche senza che il frullatore acquisisca senso di per sé: Gyllenhaal non riesce a gestirne la pulsione, né l’elevata richiesta stilistica che un’operazione del genere richiederebbe; a farne le spese, primi tra tutti, sono due magnifici attori costretti a recitare di pura maniera, di birignao, di denti, bocche, fiati e faccie per trovare un bandolo in quella aggrovigliata matassa d'intenzioni. E allora lo spettatore, proprio come una creatura immersa in un mondo che non la vuole davvero, finisce per chiedersi cosa debba vedere, cosa debba pensare, ma soprattutto cosa debba provare.