Che cosa ci dicono le candidature dei David di Donatello
Tra strategie di distribuzione, assenze eccellenti e riconoscimenti ambigui, le nomination ai David riflettono più equilibri interni che il reale stato del cinema italiano contemporaneo.
Dopo più di una settimana dall’annuncio delle candidature dei prossimi David di Donatello, è arrivato il momento di provare a mettere insieme le idee e tirare qualche somma. Intendiamoci: stiamo parlando di un premio, e i premi hanno sempre una componente politica fortemente condizionata dall’esterno e dalle lobby (nel mercato nordamericano è ancora più evidente, ma anche da noi, spesso, produttori e distributori si organizzano per spingere, in modi diversi, i propri film). E poi c’è da dire anche un’altra cosa: i David non rappresentano né tengono conto – non più di tanto, almeno – di quello che è stato visto, non visto, ottimamente recensito o accolto negativamente dalla critica. I David sono l’espressione di una parte del cinema italiano, benché siano i premi più importanti della nostra industria. E quindi qualunque considerazione va interpretata come una considerazione specifica, rivolta ai David, ai film nominati e ad alcune scelte che sono state prese dai produttori e dai distributori.
Partiamo dall’inizio, e quindi dalla cosa di cui tutti, chi più chi meno, hanno parlato: il numero importante di nomination de Le città di pianura di Francesco Sossai (che è disponibile, in esclusiva, su MUBI). In totale, il film ha ricevuto sedici candidature, che sono decisamente tante e che hanno lasciato perplesso più di qualche commentatore. Qualcuno ha detto che il film di Sossai non è per niente nuovo, che già altri, in passato, hanno affrontato gli stessi argomenti (e quale tema, esattamente, non è stato toccato nel cinema?), mentre qualcun altro non ha condiviso la visione estremamente entusiasta di una parte della critica e del pubblico. Il punto è che Le città di pianura di Sossai, per una volta, ha messo al centro protagonisti differenti e, soprattutto, un luogo non così sfruttato nel cinema. Ne abbiamo già parlato su queste pagine.Se ha funzionato, e ha funzionato, è stato per un lavoro certosino che è stato fatto nella comunicazione e nella distribuzione, con un allargamento graduale del numero di sale in cui è stato programmato e un passaparola costruito su più livelli: sia regionali (prima di uscire in tutta Italia il film di Sossai è stato distribuito esclusivamente nel Triveneto) sia di target e di età (non è un segreto che tra gli spettatori più attivi del film ci siano stati i più giovani). La cosa più assurda di questo riconoscimento è l’assenza di Filippo Scotti, che interpreta uno dei protagonisti e che non è stato spinto dalla produzione e dalla distribuzione nella categoria dedicata al miglior attore non protagonista ma in quella dedicata al miglior attore protagonista: visto che sono stati candidati sia Sergio Romano che Pierpaolo Capovilla, Scotti è rimasto fuori. Forse la produzione e la distribuzione avevano sottovalutato l’impatto e il successo de Le città di pianura. Oppure, molto più probabilmente, c’è stato il tentativo di spingere il film in tutte le categorie, senza una vera idea.
Al di là di queste considerazioni, c’è anche un’altra cosa da dire. Le nomination a un film indipendente e fortemente autoriale come Le città di pianura (tra parentesi: Sossai lo ha scritto insieme ad Adriano Candiago) sono state accolte con un discreto ottimismo, proprio perché sembrano essere il primo, importante riconoscimento (bisognerà vedere, poi, i vincitori) per un certo tipo di cinema, che ha sempre faticato nel ritagliarsi il suo spazio nel dibattito pubblico. Allo stesso tempo, però, si corre il serio rischio di cantare vittoria troppo presto. Perché le sedici nomination de Le città di pianura potrebbero rivelarsi uno specchietto per le allodole, e questo fantomatico riconoscimento potrebbe trasformarsi in una nota poco più che formale.Le città di pianura non è stato l’unico film interessante dell’ultima stagione cinematografica. Anche di questo abbiamo parlato poco tempo fa. Pensiamo a Il rapimento di Arabella di Carolina Cavalli, a La valle dei sorrisi di Paolo Strippoli, a Orfeo di Virgilio Villoresi e ad Ammazzare stanca di Daniele Vicari. Dove sono questi film tra i nominati? Qualcuno ha ricevuto qualcosa, come Vinicio Marchioni, tra i protagonisti di Ammazzare stanca. Ma il resto del cast e il resto degli attori? Soprattutto: com’è possibile non riconoscere nelle categorie più tecniche due film come Orfeo e La valle dei sorrisi? Com’è possibile non riconoscere il lavoro di Benedetta Porcaroli, protagonista del film di Cavalli, già vincitrice del premio per la miglior attrice protagonista nella sezione Orizzonti della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia? C’è un problema profondo con le giurie, e riguarda sia il tempo che hanno (o non hanno?) a disposizione per recuperare tutti i film sia le pressioni insistenti che ricevono dai produttori e da altre realtà.
In questo modo, lo stesso cambiamento rischia di diventare un esercizio retorico più che una vera e propria presa di coscienza. È importante segnalare la presenza di quattro registe (su cinque slot) nella categoria dedicata al miglior esordio. Ma è importante anche segnalare l’assenza di autrici nella categoria dedicata alla miglior regia. E di nomi meritevoli ce ne sono: pensiamo, appunto, a Carolina Cavalli. Insomma, la sensazione è che questi David, con le nomination a Le città di pianura, abbiano provato ad affrontare solo marginalmente lo stravolgimento profondo, più culturale che produttivo, che sta investendo il cinema italiano (di nuovo: un certo cinema italiano). Qualcuno dirà che i film di cui abbiamo parlato sono film piccoli, che nessuno ha visto. Ma qual è il compito di un premio se non quello di riconoscere, e dunque valorizzare, il talento e la qualità? Sembra quasi che ci sia una difficoltà profonda, anche questa strutturale, nel dare spazio non tanto alle novità quanto al talento.