Stranger Things 5: essere Rockin’ Robin

Grazie al personaggio di Rockin' Robin, la prima parte di Stranger Things 5 si ritaglia alcuni singoli momenti in cui cerca di recuperare la propria essenza più pura.

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Quante cose ci sarebbero da dire sulla prima parte di quest’ultimo grande atto di Stranger Things 5: il suo essere ormai diventato un vero e proprio blockbuster, così diverso dalla piccola serie che esordì nel 2016; la questione legata all’età degli attori in scena; la gestione narrativa un po’ disequilibrata, a tratti stiracchiata ma capace di raggiungere picchi di spettacolarità visiva e d’intensità emotiva assoluti. Tutti aspetti su cui torneremo in altre occasioni, visto che, grazie alla nuova strategia distributiva intrapresa da Netflix (altro punto interessante), questo lungo epilogo ci accompagnerà per tutto il mese, con il tableau final in arrivo per Capodanno.

Partiamo, piuttosto, da una singola scena. Piccola, con due soli personaggi, in un luogo chiuso. Nessun Sottosopra, niente Demogorgoni o Vecna, poteri psichici ed effetti speciali non pervenuti. Partiamo dalla vera anima - immutata - di Stranger Things. Partiamo da Rockin’ Robin.

La scena

Will e Robin nella scena analizzata

Siamo circa a metà del quarto episodio, l’ultimo di questa prima tranche. Mentre camminano nel tunnel sotterraneo, Robin fa in modo di rimanere sola con Will, personaggio finalmente approfondito. Poco prima ha notato lo sguardo con cui guardava Mike. Lo sappiamo noi e lo sanno i Duffer: è la chiusura di un micro-cerchio narrativo che li accomuna, uno dei molti della serie, legato alla ricerca di una propria identità personale. In quel momento inizia il monologo di Robin, in cui la ragazza racconta un piccolo episodio, che in parte già conoscevamo. Parte da una delusione amorosa, passa per la descrizione di un suo filmino d’infanzia e si conclude con la tesi del trovare la propria identità in se stessi e non negli altri. Niente di originale, se vogliamo pure banale. Ma è sempre il come e non il cosa.

All'improvviso la sensazione è che tutta la prima parte di stagione - le avventure, i mostri, la mitologia, le continue diramazioni narrative - sia in funzione di questa singola scena. Tre minuti scarsi, chiusi in una bolla, con il mondo che rimane in attesa di due adolescenti in cerca di sé. Merito di una Maya Hawke straordinaria: nel gestire l’uso della voce con acuti e passaggi graffiati; nelle esitazioni espressive; nel cambiare lo sguardo regalando attimi di malinconia e sprazzi sognanti; infine quel sorriso in grado di alleggerire e far prendere il volo. E poi minuscoli tocchi di regia, anche qua semplici ma piazzati al punto giusto, con l’uso malinconico dei piani d’ascolto di Will. Tre minuti in cui si diventa Rockin’ Robin.

La vera essenza di Stranger Things

Tornare al principio

Stranger Things, nella forma pura che era la prima stagione, è sempre stato questo: un gruppo di giovani emarginati in cerca di un loro luogo nel mondo. D’altronde la prima vera fonte d’ispirazione per i Duffer è proprio King, che quei perdenti li ha raccontati come nessun altro. Tutto il resto non è altro che un gancio per il pubblico: un grande, spettacolare - a tratti sgraziato e mal gestito - show in cui, però, al centro del palcoscenico si muovono personaggi in cerca d’autore.

Ed è significativo che ancora oggi, a quasi dieci anni di distanza e con una produzione che ha preso una deriva inaspettata e differente rispetto al principio, si cerchi comunque di ritagliarsi dei momenti in cui ritrovare la propria essenza.
Quella di un pettirosso danzante.

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