20 anni dopo Lost è finito ovunque
Laboratorio di sperimentazione involontario, Lost è stata il piano regolatore di qualsiasi altra serie venuta dopo, ha creato una grammatica
Lost, e il suo successo, hanno cambiato definitivamente le serie tv, introducendo una serie di espedienti di linguaggio e consuetudini che oggi sono la regola
Il punto di Lost è sempre stata la gestione del mistero tra naturale e sovrannaturale, tra scientifico e spirituale, a fronte di un problema e un intreccio molto materiali. Non se lo inventavano Lindelof e Cuse, era qualcosa che era stato il segreto della grandissima presa mainstream che ebbe Twin Peaks dieci anni prima. Twin Peaks però era così originale, trascendente e folle da essere palesemente inimitabile. Non sembrava che un lavoro simile sul mistero come forza trainante del racconto potesse essere replicato con successo in serie più “normali”. Lost invece aveva mostrato come avrebbero potuto farlo anche altri che non hanno la creatività di Lynch. Lo aveva reso un modello replicabile. E dopo Lost, serie di generi diversi, toni diversi e ambiti diversi hanno iniziato a prevedere nel loro spunto, già nel pilota, un grande mistero apparentemente impossibile, con la promessa di una soluzione alla fine. Oggi lo vediamo quasi ovunque, in piccole o grandi dosi: un mistero da scoprire serve. Anche Mad Men che per sua natura raccontava pezzi di vita senza un grande intreccio, conteneva un mistero, per quanto inutile: l’identità di Don Draper.
In Lost era poi messa a regime un’altra tecnica che già esisteva, quella del flashback continuo. In ogni puntata dopo una sigla minimalista con il titolo su sfondo nero e un rumore (altra cosa imitatissima) i personaggi di fatto vivevano sempre nel presente dell’isola e nel passato dei flashback e la serie li mescolava con grande libertà. Esistono episodi solo sull’isola, episodi solo in flashback ma nella maggior parte dei casi si fa avanti e indietro non seguendo una struttura logica, cioè non facendo in modo che i flashback diano informazioni su quel che accade nel presente (cosa che pure avviene ma non è la regola) ma seguendo una struttura intuitiva, cioè facendo in modo che i flashback diano più contesto e personalità al personaggio o ai personaggi che seguiamo in quella puntata. A un certo punto questo viene fatto nella stessa maniera con i flashforward, cioè scambiando il presente con il passato senza dirlo allo spettatore, che per tutta una intera stagione pensa di stare guardando flashback come altri e solo alla fine scopre che erano sempre stati flashforward e la parte sull’isola era invece il flashback.
E se oggi moltissime serie partono con un spunto high concept è perché Lost fin da subito, con il suo ha settato uno standard: “Un gruppo di sopravvissuti da un disastro aereo si trova su un’isola deserta in cui ci sono orsi polari e misteriosi avvenimenti”. Heroes, Leftovers (sempre di Lindelof), Manifest ma anche la nostra Il miracolo o altre che non avevano presupposti tra il fantastico e la fantascienza come The Handmaid’s Tale, hanno lavorato sul “come farà?”, cioè sul partire fin dalla prima puntata con un setting e un problema estremamente semplice ma avvincente e lavorare stagioni e stagioni per risolverlo.
Questa risoluzione del grande mistero in Lost arrivava attraverso ragionamenti estremamente complicati, che confinavano con lo scientifico o il mistico e prevedevano riferimenti arditi e linee temporali o di trama multiple. Era insomma appositamente molto difficile da seguire nella sua completezza (ma anche evidentemente molto semplice se si badava solo alle storie dei personaggi). Jonathan Nolan e Lisa Joy hanno ripreso quest’idea in tutti i loro lavori e soprattutto in Westworld, in cui la complessità dei riferimenti e delle basi anche scientifiche è mescolata con una struttura temporale che alterna presente e passato e chiaramente un grande mistero da svelare (“Perché i robot hanno preso coscienza, e come faranno a scappare dal parco?”).
Il bello di Lost è che questa promessa non l’ha mai veramente mantenuta, mentre i suoi emuli sì, in qualche maniera. O almeno hanno cercato con più intensità di mantenerla. E proprio nel non averla mantenuta ma essere lo stesso rimasta una serie storica, superiore a ogni emulo, Lost dimostra che mai come nella serialità di alto profilo non è certo la trama a importare (nonostante la grande enfasi posta sulle svolte, le scoperte e quindi gli spoiler), quella è un orpello, un primo livello di lettura per tenere gli spettatori attaccati, ma l’esperienza che si svolge tra puntata e puntata, quello che avviene nelle vite degli spettatori nell’attesa dell’episodio successivo, è la vera esperienza.
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