Daredevil, lo zeitgeist trumpiano

Nel solco di Stan Lee, Daredevil: Born Again riflette un’America sempre più inquietante: tra politica, violenza e realtà, il confine con i fumetti si assottiglia fino a sparire.

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Marvel deve riflettere il mondo fuori dalla finestra

Stan Lee ha costruito la Marvel su questo assioma, lasciando che i personaggi della Casa delle Idee fossero specchio di un’America in costante evoluzione. Nel bene e nel male, senza ipocrisie, con quel distacco minimo tra finzione e realismo che ha sempre fatto sentire i lettori marveliani parte di un mondo concreto, reale. Chissà che avrebbe pensato il Sorridente Stan dell’America di oggi, come avrebbe portato su carta le notizie che vediamo quotidianamente.

A tenere alto il suo impegno è ora uno degli eroi che per lungo tempo è stato in secondo piano nei grandi eventi marveliani perché era un urban hero, un vigilante da marciapiede che lasciava a Vendicatori e X-Men le grandi avventure, mentre lui - e pochi altri- si occupavano del quotidiano, della gente comune. Avvocato di giorno e giustiziere di notte, Matt Murdcok – o forse dovremmo dire Daredevil – è il simbolo di quella regola aurea di Lee più di tanti altri eroi.

E lo dimostra ancora oggi, con l’arrivo della seconda stagione di Daredevil: Born Again, appena sbarcata su Disney+ e già capace di catalizzare l’attenzione per il suo incredibile rapporto con l’America attuale.

Il Diavolo Custode - per sua natura – è urbano, come aveva ben capito Netflix nel 2015 quando lo aveva reso il primo degli urban heroes a godere di una serie TV. Ispirandosi alla rinascita del personaggio sotto l’illuminata guida di Frank Miller, all’epoca Marvel Television – guidata da Joeph Loeb, uno che Daredevil lo conosceva bene – aveva puntato a rispettare i personaggi puntando maggiormente alla fedeltà ai fumetti. Daredevil era quindi modellato sulla sua classica dicotomia fede/punizione, e in questo Drew Goddard era stato impeccabile.

Ma si era persa quella vicinanza al marciapiede. Come piace dire agli americani: not grounded enough. Per quanto appassionante, quel Daredevil perdeva quel suo elemento di critica al sistema, troppo concentrato su stesso. Cambiano i tempi, cambiano le piattaforme e i linguaggi, il passaggio a Disney+ sembra aver trovato la giusta chimica per il Cornetto, facendosi perdonare quell’imbarazzante walk of shame in She-Hulk: Attorney at Law.

Ora, fermiamoci un attimo. A cavallo tra il 2021 e il 2022, Chip Zadarsky e Marco Checchetto concludono la loro run su Daredevil con Devil’s Reign, mettendo in scena una lotta tra il sindaco di New York Wilson Fisk e i vigilanti. Leggi stringenti, una task force apposita per mettere in scacco i supereroi composta da criminali e anti-eroi, con Daredevil centro nodale della vicenda. Imperdibile, da leggere assolutamente, ma la parte interessante è che diventa l’ispirazione per Daredevil: Born Again.

E qui, lo spirito di Stan Lee si manifesta. Quello che sembra una creazione estrema, un potere malato che governa un’intera città, diventa realtà quanto Trump viene per la seconda volta eletto presidente. E le sue politiche son evidenti sin da subito, la situazione si fa tesa, sino alla follia recente della ICE e il suo strumentale utilizzo come forza di polizia di un regime.

E bastano poche puntate della nuova stagione di Daredevil: Born Again per sentire quella fastidiosa sensazione di inquietante realismo. Situazione che – diciamolo a scanso di equivoci – nasce ben prima degli eventi recenti, rimanda a un comic del 2022, che, come spesso accade, anticipa una deriva sociale. Sensazione condivisa dallo showrunner Dario Scardapane:

Ci sono sequenze girate un anno fa che potrebbero essere tratte dalle notizie di oggi. Ci sta inquietando tutti

Comprensibile, visto che alcune delle scene che coinvolgono la Anti Vigilantes Task Force voluta da Fisk sembrano uscite dai notiziari. Stesso approccio violento, stessa spavalderia alimentata dall’impunità garantita da un potere inetto.

E quasi a voler rendere ancora più assurdo il tutto, sulle divise della AVTF campeggia in bella mostra il simbolo del Punisher. E come non ripensare al momento in cui dopo l’assassinio di George Floyd da parte di forze di polizia, durante le manifestazioni di protesta gli agenti di polizia si presentavano con il logo del Punitore in bella vista sulla divisa?

Una scena orripilante, che aveva sconvolto il creatore del personaggio, Gerry Conway, che aveva concepito Frank Castle come elemento di critica per quella concezione del potere. Al punto che in una storia, lo stesso Castle rompeva questo gioco folle, avvicinando poliziotti che mostravano il suo simbolo:

Cercate un modello da seguire? Il suo nome è Capitan America e sarebbe felice di avervi al suo fianco… se scopro che state cercando di fare quello che faccio io, i prossimi che verrò a cercare siete voi.”

Non è nata come critica all’amministrazione Trump – o meglio alle sue politiche – ma Daredevil: Born Again ne è involontario specchio. È la natura di urban hero del Cornetto, il suo essere così vicino all’uomo comune da comprenderne e raccontarne il quotidiano, anche quando questo diventa violenza e sopruso.

E lo fa senza maschere, mostrando le estreme conseguenze di queste situazioni, polveriere pronte ad esplodere quando la rabbia offusca la ragione e la folla diventa uno tsunami inarrestabile. In quel momento, persino un supereroe non sa come reagire, se non cercare di arginare la massa di sofferenza e disperazione, segnando un percorso migliore.

Spaventa scoprire che sia un personaggio immaginario a darci questa bussola morale, ma almeno qui sappiamo che i villain possono essere sconfitti. Nel mondo reale, siedono comodi e hanno vita più facile.

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