Daredevil: Rinascita stagione 2, il martirio del Diavolo e la caduta del Re
Dopo il finale della seconda stagione di Daredevil: Rinascita, facciamo un analisi di quello che abbiamo visto nelle otto puntate della serie televisiva targata Marvel Television
Fumettallaro dalla nascita, ha perso i capelli ma non la voglia di leggere storie che lo emozionino.
Si è conclusa pochi giorni fa la seconda stagione di Daredevil: Rinascita, serie televisiva targata Marvel Television. Ad accompagnare le sequenze finali ci pensano nuovamente i Radiohead con la loro Pyramid Song: il brano è una meditazione sulla resa, sul lasciarsi andare allo scorrere degli eventi e rinunciare all’ego. Di rinunce, di esili e di nuovi inquietanti inizi parlano questi otto episodi di cui analizziamo gli aspetti salienti.
ATTENZIONE: L’ARTICOLO CONTIENE SPOILER
Io sono Daredevil
Il culmine di questa meditazione sulla resa coincide con il sacrificio estremo di Matt Murdock (Charlie Cox). Per incriminare Wilson Fisk (Vincent D’Onofrio), Matt capisce che la legge ha bisogno di un testimone che non può più nascondersi dietro una maschera. Pronunciando le parole "Io sono Daredevil", compie un atto di auto-immolazione civile: rivela la sua identità al mondo, fondendo definitivamente l'avvocato e il vigilante in un’unica, tragica figura.
La scena dell'arresto, mentre è a cena con Karen Page (Deborah Ann Woll), è intrisa di una rassegnazione quasi sacra. Mentre la polizia si avvicina e le manette scattano, Matt non oppone resistenza; accetta il carcere come il prezzo necessario per il bene comune. È il suo "saltare nel fiume", per usare le parole della canzone: una morte dell'ego per una rinascita collettiva, trasformandosi da eroe urbano in un martire moderno.Karen Page e la sua metamorfosi
Uno degli elementi più spiazzanti di questa stagione è stata la gestione di Karen. Se nelle stagioni prodotte da Netflix Karen rappresentava l'anima investigativa, il ponte tra la legge e la verità giornalistica, qui la ritroviamo trasformata. Il suo ritorno non ha riportato in auge il procedural o l'indagine serrata; al contrario, abbiamo visto una donna più propensa alla vendetta e alla lotta armata. Questa evoluzione solleva un interrogativo: è un'emancipazione necessaria o la perdita dell'unico contrappeso morale e intellettuale in un mondo di soli pugni?
Il crepuscolo di Wilson Fisk
Il Re è caduto e, mai come ora, il tonfo è stato rumoroso. Wilson Fisk esce da questa stagione come un uomo che ha perso tutto ciò che gli dava un motivo per regnare. La morte di Vanessa non è solo un lutto privato, ma il collasso del suo baricentro emotivo. Perso il controllo della città e costretto ad accettare l'esilio pur di evitare l'incriminazione, Fisk non è più il burattinaio onnipotente, ma un leone ferito e in gabbia. La sua sconfitta segna la fine di un'era per Hell's Kitchen, lasciando un vuoto di potere che preannuncia solo caos.
Jessica Jones e il ritorno dei Defenders
Il ritorno di Jessica Jones (Krysten Ritter) era tra i momenti più attesi, ma il risultato lascia l'amaro in bocca. La sua presenza è apparsa priva di una vera e propria storyline che ne valorizzasse la figura, che ne esaltasse l’acume investigativo e il carattere. L'impressione è che Jessica sia stata inserita quasi come un segnaposto narrativo, una pedina mossa sullo scacchiere solo per giustificare il futuro ritorno dei Defenders. Un potenziale immenso sacrificato sull'altare del world-building per le stagioni a venire. E il ritorno – già annunciato – di Luke Cage dalla missione oltreoceano è solo l’ennesima riprova di quanto detto finora.
Il destino dei comprimari
La gestione poco incisiva della Jones è simile a quella riservata agli altri comprimari del serial: da Angela del Toro (Camila Rodriguez) a BB Urich (Genneya Walton), da Mr. Charles (Matthew Lillard) a Heather Glenn (Margarita Levieva), da Buck (Arty Froushan) a Daniel (Michael Gandolfini), tutti hanno vissuto parabole poco incisive, vedendo il proprio ruolo spesso ridimensionato. Le varie sottotrame non hanno aggiunto nulla di funzionale allo sviluppo della trama, risultando spesso inutili e dalle motivazioni blande (su tutte la trasformazione di Heather in Muse).
Dopo un inizio al centro della scena, anche Benjamin Poindexter (Wilson Bethel) è scivolato lentamente sullo sfondo, abbandonando il campo di battaglia proprio nel momento clou, mentre assistevamo allo scontro finale tra Matt e Wilson. L’aver scelto di sposare la causa di Mr. Charles lascia intendere (e sperare) un coinvolgimento maggiore di Bullseye nella scacchiera politica del Marvel Cinematic Universe: non più un sicario psicopatico ma una risorsa bellica al servizio di gruppi legati all’amministrazione degli Stati Uniti.
La chiusura del cerchio?
In definitiva, questa seconda stagione conferma come il passaggio di testimone da Netflix a Disney non abbia solo elevato il budget, ma alterato il DNA stesso del racconto, trasformando Hell’s Kitchen da un microcosmo pulsante a una stazione di transito per un franchise sempre più frammentato. Il sacrificio di Matt Murdock, per quanto potente nel suo richiamo al martirio moderno, rischia di vedere diluito il proprio peso drammatico in una narrazione che non scrive più per chiudere cerchi, ma per tracciare archi che puntano ossessivamente altrove. La gestione claudicante dei comprimari e delle sottotrame monche è il sintomo di un'estetica del "non finito", dove il tessuto connettivo organico viene sacrificato sull’altare di funzioni algoritmiche utili solo a preparare il prossimo crossover. Mentre le note dei Radiohead sfumano, resta la sensazione di un ibrido sospeso: una serie che cerca di conservare la maturità dei toni passati pur piegandosi alle regole di un universo cinematografico che, nel tentativo di espandersi, sembra aver smarrito la propria bussola emotiva e qualitativa.