Doctor Sleep è davvero tutto sbagliato dall'inizio alla fine?
Doctor Sleep, il sequel di Shining voluto da Stephen King, è stato accolto malissimo. Qui proviamo ad autoconvincerci che sia stato un errore
Doctor Sleep è in streaming su Netflix
Uno degli esercizi critici più intensi e complicati, ma anche soddisfacenti, che si possano fare è provare a vedere del buono in quello che è più o meno unanimemente considerato un brutto film. È troppo facile accodarsi alle critiche di tutto il resto del mondo, e rimasticare per l’ennesima volta gli stessi difetti e gli stessi problemi. Anche i film peggiori hanno dietro mesi se non anni di lavoro, e l’impulso creativo di tante persone che, in varia misura, ci hanno creduto; e anche i film peggiori hanno, o possono avere, momenti brillanti, intuizioni geniali, idee interessanti, magari soffocate dal resto del pacchetto, ma sempre presenti, lì, pronte per essere colte. Vedere il buono dove una buona fetta del pianeta ha visto solo il cattivo: provateci, è un’esperienza interessante. Ed è quello che abbiamo provato a fare di recente riguardando Doctor Sleep, sbarcato da qualche giorno anche su Netflix.
Il fatto poi che il suddetto film di Kubrick sia diventato ancora più famoso della sua fonte – Shining è un romanzo fantastico e anche sottovalutato, ma non è nemmeno il miglior romanzo di Stephen King, figuratevi meglio di uno dei più grandi e influenti horror della storia – è da sempre per King fonte di costernazione e disdoro. Il Re è convinto che la gente non abbia davvero capito Shining perché per farlo si è appoggiata alla versione cinematografica invece che a quella letteraria. E per rimediare a questa incresciosa situazione nel 2013 ha pubblicato Doctor Sleep, il sequel di Shining che ti spiega per filo e per segno tutto quello che Kubrick non aveva capito.
E, nell’ottica di andare a cercare il bello dove forse non c’è, la presenza di Mike Flanagan in cabina di regia è una delle cose migliori di Doctor Sleep – non l’unica, ma una delle poche. Flanagan, che è sempre stato un regista da attori e atmosfere più che da azione, abbraccia l’ingrato compito con l’entusiasmo di quello che vuole trasformare il Danny Torrance di Ewan McGregor nel nuovo Jack Nicholson, o Tom Hanks, o Kathy Bates. Il romanzo, che pur essendo più corto della media delle epiche kinghiane è comunque densissimo, gli mette a disposizione una parata di personaggi che lui si diverte a presentarci e caratterizzare con pochi, selezionati tocchi più efficaci di qualsiasi conversazione. Quando si tratta di muoversi in scena lentamente, con eleganza e un gusto unico per le inquadrature, Flanagan dà il meglio di sé, e Doctor Sleep gli dà parecchie occasioni di farlo.
Doctor Sleep il romanzo esiste per spiegare, giustificare e ampliare la parte meno interessante di Shining. E il film fa lo stesso errore. Innanzitutto perché spiega tutto. Tutto quanto. Ogni singolo dettaglio. È da anni che vi chiedete che cosa significhi la parola “REDRUM”? Doctor Sleep vi spiega pure questo! E poi: ci sarà altra gente con la luccicanza al mondo, no? E come la vivono? Ecco, la presenza dei True Knot, vampiri psichici soprannaturali vestiti come se fossero appena usciti da una fiera steampunk, una sorta di versione edgy degli X-Men, basta da sola per svilire retroattivamente sia il film di Kubrick sia il vecchio romanzo di King. La luccicanza in Doctor Sleep non è più una metafora di qualcosa, ma la versione kinghiana dei Midi-chlorian. Il luogo del terrore le cui fondamenta sono intrise del sangue e delle anime dei suoi vecchi ospiti diventa un branco di cosplayer appassionati di Wild Wild West, e nel momento in cui Rebecca Ferguson comincia a svolazzare come Neo in Matrix Reloaded diventa chiaro che Doctor Sleep ha un problema di fondo che nessuna grande regia o grande interpretazione potrà mai davvero risolvere.
L’Overlook Hotel reimmaginato da Flanagan ha il grosso problema di essere stato superato, come operazione mimetica, dallo Spielberg di Ready Player One. Ha anche il problema di essere inevitabilmente legato pure al film di Kubrick oltre che al romanzo di King: è letteralmente impossibile girare qualcosa all’Overlook Hotel senza citare in qualche modo Shining, Jack Nicholson e Shelley Duvall. E quindi Flanagan lo fa senza alcuna vergogna, affidandosi ahinoi a una serie di sosia poco credibili, ma muovendosi su set ricostruiti con passione ma anche personalità, e imitando il più possibile i movimenti di macchina di uno dei suoi idoli. Funziona perché è un’operazione nostalgia onesta al 100%, e un finale migliore di quello del romanzo (dove al posto dell’Overlook c’è un accampamento dei True Knot).
Per giustificare il flop al botteghino di Doctor Sleep si tirò in ballo la sua durata – ed centocinquanta minuti molti dei quali girano a vuoto non sono pochi – e soprattutto il fatto che Warner avesse sopravvalutato l’interesse del pubblico più giovane per Shining – l’idea è che se il film non fosse stato venduto come “il sequel del film di Kubrick” avrebbe fatto più successo. È chiaro che non è vero: senza il film di Kubrick, il romanzo di King e in generale l’aura mitologica che si è creata intorno all’Overlook Hotel e a Jack Torrance nell’ultimo mezzo secolo, Doctor Sleep sarebbe stato solo un altro horror/fantasy, nella migliore delle ipotesi il trampolino di lancio per un nuovo franchise dalla vita breve e dal successo relativo. La sua natura di sequel non necessario ne ha anche fatto la fortuna: Shining poteva benissimo finire lì, ma il fatto che il suo autore abbia deciso che c’era almeno un’altra storia da raccontare rende Doctor Sleep un’opera irrinunciabile a priori. Forse è per questo che si permette di far volare Rebecca Ferguson come fosse Babbo Natale e riesce a farla franca.




