Il caso di Keanu Reeves: quando l’azione salva le carriere
Le carriere ad Hollywood possono durare un soffio o diventare immortali. Poi ci sono i casi come qello di Keanu Reeves, fatti di cadute e di rivincite.
Attore amatissimo dal grande pubblico (meno dalla critica per via di una gamma di espressioni abbastanza limitata) la cui carriera cinematografica è stata salvata più volte da un genere: l’azione.
Nonostante l’attore sostenga di avere iniziato a recitare in tenera età nelle prime recite scolastiche, il suo approccio all’interpretazione drammatica non è dissimile da quello di molti altri suoi colleghi. Anzi, il giovane Keanu si dimostra molto più portato per l’approccio fisico rispetto alla performance intellettuale. A 20 anni si dedica allo sport, l’Hockey su ghiaccio, ma non mette da parte il sogno di diventare attore. L’occasione d’oro viene dal film Spalle larghe, dedicato proprio all’Hockey. Una storia sportiva in cui poter dare prova delle proprie doti non solo di performer ma soprattutto di atleta.
Il suo primo successo arriva però lontano dal genere sportivo. Si tratta di Bill & Ted's Excellent Adventure, una commedia strampalata dal tono fantascientifico. Emerge qui il suo vero grande talento nascosto, che ancora oggi viene visto, apprezzato, ma raramente riconosciuto: il senso dell’umorismo. Serio sul set, ma che non si prende sul serio nella vita. Un binomio che gli frutterà il successo popolare, durante il suo secondo “rinascimento”, come rara star action a riuscire a cavalcare l’onda delle autocitazioni e delle parodie.
Come sempre, dopo il successo del film, partì la forsennata corsa al sequel che Reeves declinò. Le motivazioni, raccontate negli anni nel corso di diverse interviste, sono molte e complesse. L’attore si era infortunato all’anca durante una corsa in motocicletta. Non avrebbe potuto partecipare in prima persona a molti stunt, come da lui desiderato. Dopo essere diventato una star aveva ricevuto proposte per film più “impegnati” come L’avvocato del diavolo o Il profumo del mosto selvatico con cui voleva mettersi alla prova.
E poi c’era l’ultima ragione. La motivazione più vera: la sceneggiatura "faceva schifo".

Quindi Keanu rifiutò, e la Fox non la prese bene. La leggenda narra che venne inserito dallo studios in una Black List di attori. Di punto in bianco non venne più contattato per nessun ruolo di spessore. La scia del successo si esaurì insieme al fallito tentativo di arrivare a uno stile recitativo più complesso e alto.
Nel 1999 la sua imperturbabilità, la quasi totale assenza di espressioni, il velo di tristezza che gli avevano causato una serie di tragedie personali iniziate in quegli anni e continuate per tutto il decennio (una figlia nata morta, la separazione dalla compagna, poi deceduta per un incidente d’auto) lo resero perfetto per il ruolo di Neo in Matrix.
Da lì il vuoto, fino a John Wick.

I meme di Keanu triste sulla panchina, le clip in cui abbraccia le fan senza toccarle. Le clip in cui “vuole bene” agli animali e quelle in cui spara come un agente perfettamente addestrato, questi prodotti della rete hanno contribuito a far tornare ad amare un attore che il pubblico… voleva continuare ad amare.
Il cinema del fisico, dell’istinto, dei sentimenti espressi attraverso azioni di sopravvivenza e della capacità di rialzarsi, ha raccontato la vita di Keanu Reeves meglio dei tabloid. Una carriera salvata dall’azione con una forza tale da apparire quasi una vocazione irrinunciabile. E oggi noi ammiriamo le gesta del Baba Jaga chiedendoci se sia stato John Wick a farci tornare ad amare il suo interprete, o se sia stato proprio Keanu Reeves a rendere indimenticabile un film che, altrimenti, sarebbe stato ricordato come un’ottimo titolo nei cestoni scontati della sezione home video dei supermercati.