Il ritorno (su Netflix) del Ritorno del re
Il terzo capitolo della Trilogia dell’anello arriva in streaming: finalmente il quadro è completo

Se La compagnia dell’anello è un film che apparecchia tavole, e Le due torri il più classico dei “secondi capitoli” (il più ricco narrativamente, ma anche il più incompleto, impossibile da considerare in un vuoto senza quello che è venuto prima e che verrà dopo), Il ritorno del re è un film di climax e di scene madre: Jackson aveva una tale voglia di costruire tre ore e passa di spettacolo dopo spettacolo da scegliere di spostare un’intera sequenza, una delle più sconvolgenti del romanzo, dalla fine del secondo film al primo atto del terzo (parliamo di Shelob e della “morte” di Frodo, ovviamente). E da lì, da quello che nel romanzo di Tolkien era il cliffhanger che concludeva il secondo libro, comincia nel film una smitragliata di momenti passati alla storia del cinema, imitati da più o meno chiunque si sia cimentato con il genere da lì in avanti (se Jackson avesse potuto brevettare il suo “campo lungo dall’elicottero di gente che cammina sul crinale di una montagna” ora sarebbe ricco, cioè, più ricco di quanto già non sia) e talmente potenti da far passare in secondo piano il fatto che spesso si discostano dal testo originale in maniera significativa.
Fu davvero lesa maestà?
Ed è proprio su questo dettaglio che vale la pena soffermarsi riguardando Il ritorno del re. Quando il film uscì moltissimi appassionati di Tolkien (tra cui chi sta scrivendo queste parole) se la presero un po’ per come Jackson aveva deciso di trattare tutto quello che succede dopo la distruzione dell’Anello. Il motivo è semplice: Il signore degli anelli è prima di tutto un romanzo di formazione, una parabola di crescita di quattro sempliciotti che abbandonano i rassicuranti confini della loro terra natìa per addentrarsi nel vasto mondo là fuori, e che ne tornano cambiati, migliorati, cresciuti. E quel dolorosissimo epilogo, con la Contea distrutta da Saruman e il Male che trova il tempo per un ultimo colpo di coda, e con il power trip degli hobbit che ormai esperti guerrieri risolvono la situazione tirando delle gran mazzate, è anche quello che dona senso alle mille e passa pagine precedenti, la chiusura di un cerchio apertosi nel momento in cui Sam Gamgee si rende conto che “se faccio un altro passo non sarò mai stato così lontano da casa mia”.

È un gesto arrogante, certo, una mossa autoriale fortissima che per qualcuno potrebbe anche puzzare di lesa maestà; ma è anche in linea con il carattere, appunto, leggendario del romanzo di Tolkien, del suo racconto di un’epoca passata/perduta filtrato dagli anni e dalla fallibilità della narrazione orale (sì, lo sappiamo che stiamo parlando di un romanzo, ma non vi fissate sui dettagli). È la stessa storia raccontata da un altro punto di vista, uno dei tanti possibili quando si è di fronte a un’opera così complessa; da qualche parte nel multiverso c’è una versione della Terra dove Peter Jackson ha raccontato la storia della distruzione dell’Anello dal punto di vista degli ultimi Elfi rimasti sulla Terra di mezzo, o da quello dei contadini di Rohan che poveracci tutto quello che hanno esperito a riguardo è stata la distruzione dei loro raccolti e la morte dei loro cavalli.