Joker: Folie à Deux e la difficoltà di avere un villain come protagonista
In occasione dell'uscita di Joker: Folie à Deux, ragioniamo insieme sul ruolo del villain nel primo film di Todd Phillips
Quando uscì nel 2019, Joker divenne subito una sorta di film di culto. Il thriller diretto da Todd Phillips ha saputo portare in scena un personaggio tormentato e drammatico, capace di fare breccia nel cuore di moltissimi spettatori in tutto il mondo. Un successo supportato anche dalla critica, che ha permesso alla pellicola di vincere due Golden Globe, due Premi Oscar e il Leone d’oro alla settantaseiesima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Certo, qualcuno si è lamentato della scarsa attinenza con il Joker dei fumetti targati DC Comics, ma la ricezione generale è stata enormemente positiva.
Dal canto nostro ci rendiamo conto di quanto sia complesso lavorare su un personaggio come Joker. Dopotutto stiamo parlando di uno dei villain più terrificanti legati al mondo di Batman. Un personaggio che, come raccontato nel fumetto “The Killing Joke”, parte da un ipotetico passato tragico, ma che ormai ha perso del tutto la propria umanità. Un criminale disposto a uccidere, massacrare e torturare i più deboli, senza ripensamenti di alcun tipo. Negli ultimi anni l’industria dei film mainstream sembra però aver dimenticato come si scrivono i “cattivi”. C’è il costante desiderio di voler dare loro una motivazione e una “scusa” per essere tali. Ma siamo sicuri che sia la strada giusta da voler percorrere?
La paura del male
Siamo d’accordo tutti che un buon villain deve essere minaccioso per poter adempiere correttamente al proprio ruolo? Bene. Premesso che la minaccia è una sorta di anticipazione del dolore fisico o psicologico, possiamo davvero dire che il personaggio di Arthur Fleck incarni questa caratteristica? La verità è che Todd Phillips ha preferito inserire il protagonista del suo Joker in un contesto più minaccioso del personaggio stesso, permettendogli così di passare, per certi versi, dalla parte del bene.
Come già accennato, questo approccio alla scrittura dei villain sta comparendo un po’ troppo spesso in quel di Hollywood. Ne sono un esempio i vari cattivi dei film d'animazione Disney o le recenti traduzioni di personaggi come Malefica o Crudelia De Mon, incapaci di replicare la malvagità insita nelle versioni originali e poco sensati nel ruolo di protagonisti. Dopotutto ammettiamolo: chi vorrebbe vedere un film con protagonista una donna decisa a squartare dei cuccioli per farsi un vestito?
La gestione della sofferenza
Se c’è un’emozione alla quale è facile associare la figura del Joker di Joaquin Phoenix è senza dubbio la sofferenza. Una sofferenza prolungata, che ci accompagna dall’inizio alla fine del film. O meglio: fin quasi alla fine. È cosa nota, infatti, che se un protagonista tenta di non lasciarsi sopraffare dal dolore anche dopo reiterati drammi, lo spettatore comincerà a provare pena nei suoi confronti. Al contrario, come affermato dal celebre autore Orson Scott Card nei suoi molteplici manuali di scrittura, “il personaggio che piange non farà piangere il lettore”. Il finale del Joker del 2019, con il lungo monologo di Fleck durante lo show di Murray Franklin, trasforma il personaggio da “sofferente” a “patetico”, allontanandosi ancora più dalla buona scrittura per un villain.
E diciamolo: non c’è cosa più sbagliata del mero populismo associato al male travestito da bene.