La tempesta perfetta è, in effetti, perfetto (o quasi)
La tempesta perfetta è un grandissimo film catastrofico che perde un po’ di abbrivio solo sul finale (ma non è colpa sua)
La tempesta perfetta è su Netflix
LEGGI – Michael Fassbender possibile protagonista di The Department, serie diretta da George Clooney
La tempesta perfetta e l’accuratezza storica
La questione delle differenze tra realtà e finzione in La tempesta perfetta (e nel libro da cui è ufficialmente tratto) è discussa ormai da quasi un quarto di secolo, al punto da meritarsi un intero paragrafo sulla pagina Wiki del film e da aver scatenato cause legali volute dalle famiglie di due delle vittime. Non è questa la sede per entrare nei dettagli e discutere punto per punto cosa sia stato cambiato e perché; c’è però qualcosa della quale secondo noi vale la pena parlare. Come raccontato già all’epoca, la discrepanza maggiore tra quanto successo e quanto raccontato nel film di Wolfgang Petersen è nella reazione dell’equipaggio all’arrivo dell’evento atmosferico che dà il titolo al film.
Detta più semplicemente: nel film, la ciurma della Andrea Gail si rende conto del pericolo in cui si sta cacciando, e la comunica al personaggio interpretato da Mary Elizabeth Mastrantonio, la quale procede a effettuare una chiamata di emergenza avvertendo le autorità della situazione. Nella realtà, invece, quella chiamata non avvenne mai, e non ci sono indicazioni che la gente a bordo della Andrea Gail sapesse a cosa stava andando incontro. Inesperienza? Superficialità? Sfiga clamorosa? Non lo sapremo mai, il punto è che il modo in cui questo passaggio è interpretato in La tempesta perfetta è dieci volte più potente della realtà, dal punto di vista drammaturgico. Invece di un incidente, il tuffo nella tempesta si trasforma in un atto di coraggio e incoscienza, in una sfida agli elementi, in un tentativo disperato ma temerario di sconfiggere (o almeno di sopravvivere a) qualcosa di incontrollabile e troppo grosso anche solo per essere concepito. È un approccio alla Moby Dick, che mette in soffitta la fredda cronaca per trasformare il film in un’avventura.
E che avventura!
Il segreto di La tempesta perfetta è che, quando quest’avventura comincia e ci sballotta per quasi un’ora tra onde alte come un palazzo e venti che farebbero impallidire Trieste nelle sue giornate peggiori, siamo già da un pezzo anche noi a bordo della Andrea Gail. Quello di Petersen è uno dei più bei ritratti cinematografici che siano mai stati fatti della vita in mare, e in particolare su un trabiccolo mezzo arrugginito che affronta l’oceano nella speranza di tornare sano, salvo e con un ricco bottino ittico utile a far sbarcare il lunario ai disperati che ci abitano. Merito del design dei set, dei tempi che il film si prende per farci conoscere tutti i personaggi, merito degli attori coinvolti e anche del tempo che viene dedicato a raccontare la vita di chi rimane a riva in attesa del ritorno del peschereccio. C’è ovviamente anche un po’ di retorica, ma usata con gusto e parsimonia, quanto basta per regalarci non dei semplici nomi, ma dei personaggi a tutto tondo – tra i quali si annovera anche la stessa Andrea Gail.
E così, quando comincia la tempesta, ci si ritrova a fare il tifo per il capitano Billy Tine e la sua ciurma: è vero che si trovano in una situazione estrema e che avrebbero fatto meglio a evitare, ma La tempesta perfetta fa di tutto per farci capire come mai in realtà non avessero alternative. Ci sono dietro anche discorsi socioeconomici, appena accennati ma sufficienti a non far mai affiorare quel genere di pensiero che da solo è in grado di ammazzare storie del genere – il classico “se la sono cercata”. Vogliamo che la Andrea Gail esca viva dalla tempesta, perché i nostri eroi (fallibili, imperfetti, iracondi, a volte pure un po’ stronzi) se lo meritano.
La tempesta perfetta e il finale imperfetto
Ed è paradossalmente questo il motivo per cui il finale di La tempesta perfetta è il suo punto debole. Di fronte alla fredda verità cronachistica – cioè il fatto che nessuno dei membri dell’equipaggio sopravvisse all’incidente –, Wolfgang Petersen deve inventarsi un modo in qualche modo poetico per chiudere il film. Pensate ad Alive – I sopravvissuti: lì i protagonisti sopravvivono (almeno alcuni di loro), e basta quindi raccontare come sono andate le cose per chiudere il film in modo soddisfacente. La tempesta perfetta non ha questo lusso, e deve quindi puntare su artifici narrativi di ogni genere per non finire come un semplice servizio di telegiornale.