Noi: il film di Jordan Peele non parla (ancora) di noi
Noi è un passo avanti nella ricerca dell’universalità di Jordan Peele, ma è ancora indissolubilmente legato all’America
Noi di Jordan Peele è su Netflix
L’aspetto più impressionante di Noi, che è tale anche perché colpisce fin dai primissimi minuti di film, è quanto controllo abbia Jordan Peele della materia cinematografica, e in particolare dell’horror – come lui stesso ci tenne a rimarcare poco prima dell’uscita, indispettito o dispiaciuto del fatto che Get Out fosse stato descritto da più parti come “non esattamente un horror…”. Le prime sequenze di Noi contengono più materiale di quanto ce ne sia in altri horror interi, e contemporaneamente dimostrano l’amore per il genere dell’autore, che cita – senza ammiccare ma integrandoli nel tessuto del suo racconto – un po’ di tutto, da Shining a Lo squalo.
C’è una classica sequenza introduttiva ambientata nel passato, che come da tradizione sembra suggerirci la chiave di lettura di tutto quello che succederà poi (salvo smentire, quasi a giochi fatti, certi dettagli che dettagli non sono, e che ribaltano completamente la percezione di quanto avvenuto fin lì). C’è una bambina traumatizzata che sembra Linda Blair nelle prime fasi della sua possessione e due genitori che non sanno come affrontare la situazione. C’è un salto avanti fino al presente, dove re-incontriamo la bambina e scopriamo che si è sposata e ha pure avuto due figli. C’è un ritorno alle origini, una vacanza al mare nel luogo dove, tanti anni prima, Adelaide aveva subito il succitato trauma. E ci sono delle misteriose figure armate di forbici fuori dalla finestra.
Ed è qui che arriviamo al discorso sull’universalità. I Doppelgänger di Noi sono, come dicono loro stessi, “americani”. L’idea è quella che per ogni americano che vive nel privilegio (la famiglia di Lupita Nyong’o ha una gigantesca casa vacanze in California e il marito può permettersi di comprare una barca perché l’ha vista e gli è piaciuta) esista una metà oscura, oppressa e dimenticata e la cui sofferenza serve ad alimentare il suddetto privilegio. In Get Out Peele puntava il dito sul modo in cui i bianchi vedono i neri in America; in Noi lo sposta invece sui ricchi, i benestanti, volendo anche la gente come lui, che ha i soldi, sta bene e tende quindi a dimenticarsi su cosa si appoggi la sua poltrona di privilegio.
Ovviamente un discorso del genere si può applicare, nelle sue linee generali, a più o meno tutto il mondo: non esiste un angolo del pianeta, a parte quelli abbandonati o inabitabili, nel quale non esistano diseguaglianze, e dove esistono diseguaglianze esiste di conseguenza anche chi sta sopra e chi sta sotto. Peele però fa capire più volte, e in maniera piuttosto esplicita, che Noi si rivolge in particolare ai suoi connazionali; i Tethered, i cloni oscuri creati dal governo e poi abbandonati nei tunnel sotto l’America, si presentano alla famiglia di Adelaide dicendo “siamo americani”, non “siamo esseri umani”. Peele stesso, nel commento al film che trovate sull’edizione home video di Noi, esplicita la sua intenzione, spiegando che “uno dei temi centrali del film è quanto siamo bravi a ignorare le ramificazioni del privilegio […] una delle cose peggiori che possiamo fare in quanto statunitensi, e quindi caratterizzati da un privilegio collettivo, è pensare che ce lo siamo meritato, e che non sia solo fortuna se siamo nati dove siamo nati”.