Oscar 2026: Miglior Film Internazionale, la categoria più politica dell'anno
Tra politica, festival e strategie dell’Academy, la corsa all’Oscar per il Miglior Film Internazionale diventa lo specchio di un mondo in tensione: cinque film diversissimi e alcune esclusioni che fanno discutere.
C'è un momento, ogni anno, in cui gli Oscar smettono di essere solo una festa di Hollywood e diventano qualcos'altro, qualcosa di più serio e probabilmente anche più scomodo. E quel momento arriva quasi sempre quando si parla di Miglior Film Internazionale.
Quest'anno più che mai. Perché mentre l'America attraversa uno dei suoi periodi più convulsi e polarizzati - con un Presidente che ha rimesso in discussione decenni di politica estera, che ha allentato ogni freno sulle operazioni militari in Medio Oriente e che guarda al resto del mondo con una diffidenza che non si vedeva da generazioni - l'Academy si trova a dover votare una categoria in cui ci sono un film sulla Palestina e un film girato da un regista iraniano che ha fatto della resistenza al proprio regime il motore stesso della sua carriera.Gli Oscar hanno sempre avuto un rapporto complicato con la politica: a volte l'hanno abbracciata, a volte l'hanno ignorata, a volte l'hanno subita. Ma raramente la tensione è stata così evidente già nella scelta dei candidati. La voce di Hind Rajab e Un semplice incidente non sono solo due bei film: sono due oggetti culturali che, nel contesto del 2026, assumono un peso specifico che va ben oltre la loro qualità cinematografica. Tanto che sono già stati oggetto di discussione nei mesi scorsi sia al festival di Cannes che a quello di Venezia. Premiarli, come ha fatto la giuria del festival francese, potrebbe essere troppo “scontato”, ignorarli, come invece hanno fatto in laguna i giurati guidati dall’americano Alexander Payne, sarebbe disonesto e forse anche vigliacco.
La cosa straordinaria è che l'Academy, con tutte le sue contraddizioni e i suoi limiti, è comunque arrivata a nominarli entrambi. Che poi li premi o no, è un'altra storia. Ma il solo fatto che siano lì, nella cinquina finale, dice qualcosa.I cinque candidati
La voce di Hind Rajab (Tunisia) - regia di Kaouther Ben Hania
Kaouther Ben Hania è già stata candidata agli Oscar con L'uomo che vendette la sua pelle (primo film tunisino ad ottenere una nomination) e successivamente come documentario per Quattro figlie. Non è, insomma, sconosciuta all’Academy.
Ma questo è un film diverso da tutto quello che ha fatto prima.
La voce di Hind Rajab prende spunto da una storia reale - quella di una bambina palestinese di sei anni rimasta intrappolata in un'auto sotto il fuoco israeliano durante i bombardamenti su Gaza, le cui ultime parole sono state registrate in una telefonata - e ne fa un film che è contemporaneamente un atto di denuncia e un'opera cinematografica rigorosa e potentissima. Ha vinto il Leone d'Argento a Venezia, tra mille polemiche, e ha conquistato il più alto voto del pubblico mai registrato al festival di San Sebastian, garantendogli ulteriore visibilità. Ma in realtà già l’estate scorsa, a film già girato, tante importanti personalità hollywoodiane (Brad Pitt, Joaquin Phoenix, Rooney Mara, Alfonso Cuarón, Jonathan Glazer, Dede Gardner and Jeremy Kleiner) erano salite a bordo del progetto come produttori esecutivi.
Dire che è un film "coraggioso" sarebbe riduttivo: è un film che esiste perché qualcuno ha deciso che quella storia doveva essere raccontata, indipendentemente da tutto il resto. Che poi l'Academy riesca a valutarlo solo in base al suo merito cinematografico, senza che il peso geopolitico del momento finisca per schiacciare o gonfiare artificialmente il giudizio, è una domanda a cui non sappiamo rispondere. Sappiamo solo che è lì, e che è impossibile guardarlo come se il mondo fuori dalle sale non esistesse.
Un semplice incidente (Francia) - regia di Jafar Panahi
Jafar Panahi è stato per anni agli arresti domiciliari in Iran, con il divieto di fare film. Ha continuato a farne comunque, clandestinamente, con mezzi di fortuna, passando anche del tempo in prigione. E ha vinto la Palma d'Oro a Cannes 2025 con Un semplice incidente, un film girato nell'Iran di oggi, con quella stessa capacità di raccontare il quotidiano come specchio del politico che ha sempre contraddistinto il suo cinema.
Il fatto che sia la Francia ad averlo candidato - e non l'Iran, ovviamente - dice tutto sulla natura di questa categoria, che da sempre premia non solo i film ma anche le biografie, le storie personali, i percorsi umani dei cineasti. Panahi è uno dei pochi registi al mondo la cui esistenza stessa è un atto politico; e questo, nei meccanismi dell'Academy, conta.
Detto ciò, Panahi nel 2025 non solo ha vinto la sua prima Palma d’oro, ma è anche diventato uno dei due registi al mondo ad aver vinto Palma, Leone, Orso e Pardo, ovvero tutti e quattro i principali riconoscimenti dei maggiori festival europei. Come lui solo un certo Michelangelo Antonioni. Anche questo conta, forse anche molto di più.
L'agente segreto (Brasile) - regia di Kleber Mendonça Filho
Uno dei frontrunner della categoria, almeno sulla carta, e, per quel che può contare, anche il preferito di chi scrive. Kleber Mendonça Filho è uno dei registi più interessanti emersi nell'ultimo decennio: Aquarius, Bacurau, e ora questo thriller ambientato durante la dittatura militare brasiliana del 1977, con Wagner Moura, già Pablo Escobar in Narcos, che per questo ruolo riceve la sua prima candidatura all'Oscar come protagonista (primo attore brasiliano nella storia a riuscirci in questa categoria).
L'agente segreto ha dominato i premi della critica americana - NYFCC, LAFCA, NSFC, Critics' Choice Awards - e ha vinto due Golden Globe. Ha il profilo del vincitore: perché è comunque un film politico ma accessibile, ha una storia forte, un protagonista carismatico, una regia impeccabile e quella candidatura nella categoria principale (Miglior film) che ha un peso e un significato davvero importante. Se c'è un film in questa cinquina che l'Academy potrebbe "capire" immediatamente, è questo. Il che può essere un vantaggio enorme o, a seconda di come gira la stagione, renderlo il classico favorito che alla fine non vince e non convince abbastanza l’Academy.
Sentimental Value (Norvegia) - regia di Joachim Trier
L’altro film più "premiabile" della cinquina nel senso classico del termine, quello che parla la lingua dell'Academy con più familiarità. Lo stesso Joachim Trier è candidato alla Miglior Regia, ma in generale il film è riuscito ad infrangere tanti record: primo film norvegese della storia ad essere candidato come Miglior film, maggior numero di nomination totali (9) per un film norvegese, record assoluto di nomination attoriali (ben 4) per un film non in lingua inglese.
Sentimental Value è un ritratto familiare, un film sui traumi intergenerazionali, sulla memoria, sulle ferite che non si riesce ad affrontare. Con Renate Reinsve, già premiata a Cannes per La persona peggiore del mondo, in un ruolo che molti considerano il migliore della sua carriera e gli altri tre attori (Elle Fanning, Inga Ibsdotter Lilleaas e Stellan Skarsgård) altrettanto intensi e perfetti.
È il tipo di film che l'Academy ama perché non spaventa, che è universale senza essere banale, autoriale senza essere troppo ermetico.
Se dovessimo scommettere su un vincitore puramente per logica di Academy, è questo. Ma la logica di Academy, come sappiamo, va spesso a farsi benedire.
Sirāt (Spagna) - regia di Óliver Laxe
Il film più inaspettato della cinquina, e forse anche per questo il più interessante. Óliver Laxe è un regista galiziano con una poetica molto personale - aveva già fatto parlare di sé nel 2019 con O que arde - e Sirāt è un film che racconta un padre e suo figlio in viaggio attraverso il deserto marocchino alla ricerca di una figlia scomparsa. Un film che sembra partire “lento”, quasi mistico, per poi diventare qualcosa di totalmente inaspettato e sconvolgente.
Ha vinto il Premio della Giuria a Cannes e in questa cinquina degli Oscar rappresenta l'elemento più apertamente autoriale e rivoluzionario.
Non vincerà, quasi certamente non vincerà. Ma è il tipo di candidatura che rende questa categoria interessante, perché dimostra che l'Academy, almeno in questa sede, è capace di fare spazio a un cinema che non cerca di piacere a tutti. E che ha il coraggio di osare e sorprendere.
Gli esclusi
Park Chan-wook ha 62 anni ed è uno dei registi asiatici più importanti e influenti degli ultimi decenni. In 34 anni di carriera non ha mai vinto un festival internazionale e non ha mai ricevuto una nomination all'Oscar. Non per Oldboy, che ha riscritto le regole del cinema di genere coreano, né per gli altri film della Trilogia della Vendetta. Non per l’elegantissimo ed eroticissimo The Handmaiden. Non per Decision to Leave, che nel 2022 aveva fatto sperare molti. E non per No Other Choice, la sua satira sul capitalismo che aveva vinto il People's Choice Award a Toronto - lo stesso premio che negli anni ha spesso anticipato i vincitori dell'Oscar al Miglior Film - ed era nella shortlist dei 15 selezionati dall'Academy. Non è bastato nemmeno quello a garantirgli un posto nella cinquina di quest’anno.
È uno di quegli esclusi che fanno male non per sentimentalismo cinefilo ma perché oggettivamente non ha senso. No Other Choice era uno dei film più belli dell'anno, era stato distribuito da NEON come altri quattro candidati nella cinquina internazionale, aveva quindi un profilo che avrebbe dovuto garantirgli almeno un posto. Ma così non è stato.
Per molti la “somiglianza” con Parasite - che nel 2020 vinse agli Oscar addirittura come Miglior Film - ha pesato in qualche modo nei ragionamenti dei votanti. O forse no, e semplicemente per i giurati c'erano cinque film migliori davanti. C’erano altre scelte.
In ogni caso, fa male.
Poi c'è l'Italia. Anche Familia di Francesco Costabile non è entrato nella shortlist dei 15. Un'assenza che fa meno rumore di quella di Park Chan-wook ma che per noi è comunque una di quelle notizie che arrivano sempre con la stessa fastidiosa puntualità. Il film aveva raccolto buone recensioni e aveva avuto i suoi riconoscimenti, ma evidentemente non ha avuto la campagna, la distribuzione internazionale o semplicemente la fortuna giusta per sfondare oltre confine. La fortuna di avere un’annata con concorrenti più deboli, cosa che decisamente non è avvenuta quest’anno.
Chi vincerà?
La logica dice L'agente segreto: ha i premi della critica, i Golden Globe, un protagonista carismatico e una storia che l'Academy può apprezzare e capire. Kleber Mendonça Filho è un nome che pesa nell'ambiente, e una vittoria del Brasile in questa categoria sarebbe benvenuta da molti.
Ma Sentimental Value ha 9 nomination e un Joachim Trier candidato alla regia: in certe edizioni questo livello di presenza trasversale nelle categorie diventa un'onda difficile da fermare. Se l'entusiasmo generale per il film riesce a compattarsi anche qui, la Norvegia potrebbe sorprendere.
La voce di Hind Rajab e Un semplice incidente sono i candidati con il peso simbolico e politico più grande, e in certi anni l'Academy ha dimostrato di essere capace di votare il cuore più che la testa. In un anno come questo, con il mondo che è quello che è, non ci sentiamo di escludere niente. Forse giusto Sirāt che è un film bellissimo (ma strano) che quasi certamente non vincerà.