Oscar 2026, miglior sceneggiatura: le storie prevalgono sulla politica?
Gli Oscar alla miglior sceneggiatura sono sempre fra i più complessi da decifrare: scopriamo favoriti, esclusi e potenziali sorprese delle due categorie, tra adattamenti e novità assolute.
Qualsiasi manuale di cinema racconta che prima delle immagini vengono le pagine. Senza una storia non c’è un film, e senza una sceneggiatura non può esserci una storia. Negli anni, l’Oscar per i migliori script è sempre stato al centro di alcune delle analisi più difficili che si possano fare durante la stagione dei premi: scegliere la miglior scrittura è affare assai complesso, soprattutto quando a giudicare non sono esclusivamente gli autori. Non solo: spesso, in sede di giudizio, si preferisce premiare componenti diverse dalla costruzione narrativa. La sostanza anziché la struttura. Sono scelte che implicano una certa soggettività e che un mestiere come il nostro arriva spesso a comprendere alla distanza.
Gli adattamenti hanno le loro logiche, tra elementi e fattori che hanno ben poco a che fare con la stesura in sé; i racconti originali, invece, vivono di lampi e trovate. Del resto, come si può spiegare a chi osserva la grandezza di una sceneggiatura? Il bello (o la magia di queste categorie, se vogliamo) sta tutto lì: in quelle sensazioni all’apparenza impercettibili che richiamano echi di parole impresse su carta, ma che a schermo assumono tutto un altro valore. Quando la magia passa dalle pagine allo schermo, lo percepisce anche un profano. Sia anche solo per una parola detta al momento giusto, per la costruzione attenta della tensione drammatica, per la caratterizzazione di un personaggio particolare.A questo si unisce poi il “peso” specifico delle sceneggiature: il tema delle loro storie. Le sceneggiature candidate quest’anno sono ben lontane dalle classiche storie americane (ed è un bene). I biopic sono veramente pochi e la loro originalità li rende decisamente più sperimentali del solito. A brillare sono soprattutto le storie che guardano all’America, al mondo per come lo stiamo vivendo: alcuni scelgono rotte potenti, altre percorsi più sottili, ma il fulcro del discorso riguarda sempre ciò che comporta esistere in questo mondo splendido e difficile. A cambiare è il punto di vista: c’è chi preferisce guardare verso l’interno, cercando di trovare un senso al dolore e all'esistenza; c’è chi, invece, osserva la società e ne fa la sua tela. Forse l’Academy non arriva attivamente a fare questi ragionamenti, ma le sue scelte segnano una chiara tendenza.
I cinque candidati (sceneggiatura non originale)
Bugonia - sceneggiatura di Will Tracy
Saremo onesti: il fascino di Bugonia, che non è un film originale (anche se lo diventa nelle sue conseguenze), ci aveva colpiti fino a un certo punto. Ciononostante, il film di Yorgos Lanthimos è riuscito ad arrivare agli Oscar anche in questa categoria. Bugonia parte infatti come un dramma grottesco dalla spiccata componente sociale per poi scoprire le sue carte man mano che la narrazione prosegue. Non è certamente una sceneggiatura debole, anche perché i suoi guizzi raccontano sprazzi di un’America fin troppo familiare, ma considerando gli altri candidati è forse lo script con meno ambizioni di vittoria.
Frankenstein - sceneggiatura di Guillermo Del Toro
L’adattamento definitivo, il lavoro di una vita (a detta del regista messicano). Del Toro ha sacrificato tutto se stesso per portare in scena la sua versione di Frankenstein: discussa, diversa, forse troppo fiabesca, ma squisitamente sua. Rielaborando lo spirito prometeico in una ricerca del perdono, Guillermo Del Toro ha reso Frankenstein una storia di padri e figli tutt’altro che banale. Peccato che non tutti gli elementi riescano a emergere come sperato, ma se si guarda alla sceneggiatura è lì che risiede gran parte del suo fascino - sì, anche più dell’estetica gotica e patinata che ci fa strabuzzare gli occhi dall’inizio alla fine.
Non avrà probabilmente i numeri per raggiungere la vittoria, ma resta un valido candidato soprattutto perché lascia percepire il battito di un cuore tra lo schermo e le pagine: quello del suo autore, creatore eternamente innamorato delle sue creature.
Hamnet - nel nome del figlio - sceneggiatura di Chloé Zhao e Maggie O’Farrrell
Un romanzo struggente che passa con delicatezza dalle pagine allo schermo. Il gran ritorno di Chloé Zhao alle vette che merita un’artista del suo calibro passa direttamente dalla forza del racconto di Maggie O’Farrell, autrice di un romanzo che trasforma una delle più grandi opere umane in un canto di dolore e catarsi. Hamnet racconta uno Shakespeare diverso, legato alla sua Agnes e a un terribile lutto, ma nel farlo ha il coraggio di rendersi analisi estetica (e intimista) dei rapporti.
Sorretto dai suoi dialoghi e dalle sottigliezze che caratterizzano i personaggi, questo classico moderno ruota intorno alla figura femminile per costruire storie in progressione, a metà tra il mistico e il profano. Un omaggio all’arte, un bacio alla morte, una preghiera alla speranza.
Una battaglia dopo l’altra - sceneggiatura di Paul Thomas Anderson
L’elefante nella stanza, o meglio, nella categoria ha un nome e un cognome: Paul Thomas Anderson. Una battaglia dopo l’altra torna a raccontare l’America con sferzante lucidità. Il film segna il ritorno di PTA a Thomas Pynchon e al postmoderno, con un adattamento che guarda soprattutto a ciò che gli USA sanno di essere diventati (anche se forse faticano ad ammetterlo). Un orrore all’apparenza senza uscita, una battaglia costante per l’appunto, che trova inaspettatamente la speranza nel futuro.
Train Dreams - sceneggiatura di Greg Kwedar e Clint Bentley
Il film più inaspettato della cinquina, uscito direttamente su Netflix qui in Italia e quasi passato in sordina. Una perla sul tempo e sulla sua forza agli occhi degli uomini, ma soprattutto uno splendido affresco di come gli uomini siano costretti a subirne il peso. Oltre le sue splendide immagini, Train Dreams nasconde una miriade di spunti che hanno permesso a questa storia struggente di raggiungere anche gli Academy Awards. Si tratta del nome meno atteso e, sicuramente, del vero outsider di questa categoria.
I cinque candidati (sceneggiatura originale)
Blue Moon - sceneggiatura di Robert Kaplow
La più grande sorpresa di questa categoria arriva da un film che in Italia non ha visto quasi nessuno, non ha ricevuto neppure una vera distribuzione ed è uscito direttamente in streaming. Ed è un enorme peccato, perché Blue Moon è uno dei film più brillanti di un gigante come Richard Linklater. Un’opera che poggia sulle spalle di un altro gigante, Ethan Hawke (candidato agli Oscar non a caso), per raccontare la storia di Lorenz Hart, celebre paroliere americano della Broadway che fu. Una storia troppo americana per il nostro pubblico? Forse, ma ciò che conta è che questo film sia riuscito ad arrivare dove meritava dopo aver stupito alla Berlinale.
Un riconoscimento, quello degli Oscar, che vale soprattutto per la sceneggiatura: dopo anni in cui nessuno avrebbe osato produrre un film del genere, Robert Kaplow ha trovato la persona giusta.
Un semplice incidente - sceneggiatura di Jafar Panahi, Shadmehr Rastin, Nader Saivar e Mehdi Mahmoudian
La sola esistenza di questo film, così come quella del suo regista, è un miracolo che andrebbe celebrato più spesso. Jafar Panahi ha girato in clandestinità nel suo Iran ed è arrivato a vincere la Palma d’Oro a Cannes 2025. Parliamo del film più politico (o quasi) dell’anno, girato con rara intelligenza e scritto con altrettanta sagacia. La candidatura è più che meritata, soprattutto per il suo valore extra-artistico e per ciò che un’opera del genere rappresenta. Non bisogna fare l’errore di considerare Un semplice incidente come un semplice film politico: dentro il suo racconto c’è tantissimo cinema.
Marty Supreme - sceneggiatura di Ronald Bronstein e Josh Safdie
Il chiacchierato film con Timothée Chalamet è un’opera quasi ingannevole, che oltre l’apparenza e l’ossessione nasconde ambizioni molto più grandi della sua superficie. Un’opera che poteva osare tantissimo e invece è ricaduta su una retorica abbastanza semplice, tipicamente americana, legata alle seconde chance. Nonostante tutto, Marty Supreme ha comunque i numeri e il valore per stare in queste nomination con il coraggio di chi ha saputo spingersi oltre l'ostacolo.
Sentimental Value - sceneggiatura di Eskil Vogt e Joachim Trier
L’altro premiato di Cannes è uno dei frontrunner dell’intera cerimonia con 9 nomination. Joachim Trier si è abbattuto sugli Oscar dopo una corsa che gli è valsa già premi e record. Parliamo pur sempre di un film norvegese, per quanto sappia benissimo come essere internazionale nella sua rielaborazione bergmaniana della famiglia. Sentimental Value è forse il film con la sceneggiatura più brillante, quella che in più occasioni lascia intuire la grandezza dell’opera e delle penne che l’hanno realizzata. Non è banale, sa come arrivare a tanti (forse persino a tutti), ha più frecce al suo arco per colpire dritto nel sengno. Sicuramente è il film che ci incuriosisce di più - anche solo per capire quali saranno le sue reali ambizioni.
I Peccatori - sceneggiatura di Ryan Coogler
A detta di molti, il vero frontrunner per molti premi di questa edizione. Ryan Coogler ha preso una storia estremamente personale e l’ha trasformata in un racconto che sa essere genere, spettacolo e delirio al tempo stesso. Una storia che si percepisce simbolica e potente già in sceneggiatura e che offre a ciascun personaggio una dimensione precisa, una valenza specifica che unita alle altre crea qualcosa di unico. Poche opere quest’anno hanno saputo colpire come Sinners - e gran parte del merito va data proprio alla sceneggiatura di un Coogler quanto mai ispirato.
Gli esclusi
Si è già parlato del grande assente di questa edizione (l’ennesima): Park Chan-Wook e il suo No Other Choice avrebbero meritato sicuramente più considerazione, anche per la sceneggiatura che il film è stato in grado di portare in scena. Dispiace soprattutto perché la qualità era altissima su tutti i fronti, ma probabilmente le dinamiche interne all’Academy non hanno permesso al film di avere la giusta risonanza quest’anno. Guardando con più attenzione alle sceneggiature non originali, viene da pensare che gli Oscar abbiano qualche problema con Rian Johnson: il suo terzo Knives Out, Wake Up Dead Man, aveva praticamente tutto per far bene in un’edizione come questa. Forse la sua dimensione estremamente vicina allo streaming e la sua vocazione pop non hanno fatto breccia tra i votanti.
Un altro grande assente è senza dubbio il bellissimo Springsteen: liberami dal nulla di Scott Cooper, ispirato all’omonimo libro di Warren Zanes con qualche spunto preso dall’autobiografia del Boss. Dispiace soprattutto perché non si parla di un semplice biopic, ma di un’esperienza intima che ha saputo davvero scavare nell’animo del pubblico in maniera completamente inaspettata. Ultimo fra gli assenti rumorosi, ma non certo per importanza, è A House of Dynamite di Kathryn Bigelow. La sceneggiatura di Noah Oppenheim ha scardinato un terrore che si fa sempre più plausibile, al punto da attirare persino l'attenzione della Casa Bianca. Sarà stato ancora una volta il peso di Netflix, che ha deciso di puntare su una produzione più “gentile” come Frankenstein? O forse la connotazione politica del film ne ha anche segnato la condanna mediatica? Il film avrebbe meritato molto di più, anche se resterà un chiaro monito per molti (a prescindere dai premi).
Chi vincerà?
Se dovessimo considerare l’andamento di questa stagione dei premi, i chiari favoriti nelle rispettive categorie sono Una battaglia dopo l’altra (miglior sceneggiatura non originale) e I Peccatori (miglior sceneggiatura originale). Il primo ha vinto praticamente ovunque, il secondo ha ottenuto delle vittorie importanti ed è fra i favoriti dell’intera cerimonia. L’unico valido sfidante per Paul Thomas Anderson potrebbe essere Hamnet, che senza queste vittorie rischia seriamente di chiudere gli Oscar con la sola vittoria di Jessie Buckley come miglior attrice protagonista.
Per quanto riguarda le sceneggiature originali, invece, sarebbe davvero sorprendente vedere Sinners perdere il confronto con Sentimental Value (anche se la sceneggiatura di Trier e Vogt resta una spanna sopra per costruzione e soluzioni). All’Academy il cuore conta sempre più della testa, lo sappiamo bene. Quest’anno, visto anche il momento estremamente delicato che stiamo vivendo, le prospettive possibili sono due: vedremo una cerimonia che gioca sul sicuro e sui suoi grandi favoriti, celebrando esclusivamente il cinema, o una premiazione che sceglie di lanciare un messaggio chiaro e preciso. Sui vincitori, invece, difficile aspettarsi troppe sorprese.