Se solo potessi ti prenderei a calci : intervista a Rose Byrne
L’attrice parla del ruolo più difficile della sua carriera in Se solo potessi ti prenderei a calci: un ritratto crudo e ironico di maternità, trauma e fragilità che le è valso Golden Globe e candidatura all’Oscar.
Ripete a se stessa di essere una pessima madre, ha dubbi persino sulle proprie capacità professionali e intanto il controllo le scivola via dalle mani in ogni campo possibile della vita. Linda, la protagonista del dramma Se solo potessi ti prenderei a calci (dal 5 marzo in sala), è una donna letteralmente a pezzi che cerca di prendersi cura della salute precaria della figlia e prova a mantenere un rapporto sano con i pazienti. Da terapeuta, conosce bene i confini e i limiti ma da essere umano perde spesso la bussola. Questo ritratto a tinte forti è messo in scena da Rose Byrne, che per il ruolo ha già ottenuto un Golden Globes ed è in corsa per l’Oscar come miglior protagonista (la cerimonia si svolgerà a Los Angeles nella notte tra il 15 e il 16 marzo).
Quanto conta per lei aver ricevuto finora tanti riconoscimenti per questo lavoro?
Questo personaggio è stata una delle più grandi sfide della mia carriera, forse la maggiore che abbia mai affrontato al cinema. Già questo mi gratifica molto, ma ricevere riconoscimenti è ancora più surreale e straordinario. D’altronde è un piccolo film e che venga visto e raccomandato mi sembra incredibile.
Molte inquadrature sono ravvicinate, close-up del suo volto. Questo le ha comportato uno sforzo aggiuntivo?
Non pensavo, inizialmente, che la telecamera sarebbe stata così vicina, poi ho fatto pace con l’idea, anzi ho capito che si trattava di un’opportunità di mettermi alla prova, grazie all’intimità che tutto questo comportava. Il primo giorno è stata dura perché dovevo familiarizzare con i tecnicismi che questo comportava, ma ho cercato di trovare delle sfumature e una certa ironia per poter scavare a fondo nella parte.
Cosa racconta della maternità questo film?
Secondo me ne ridefinisce i parametri e gli standard perché è qualcosa che non ti aspetti di vedere rappresentato. E la storia inizia già con una catastrofe, ti immerge totalmente nella situazione al limite, a dir poco traumatizzante. Mi sembra un approccio alla Lynch, se vogliamo, da parte della regista Mary Bronstein, quasi da horror, un genere che peraltro io adoro.
Consiglierebbe la visione della pellicola a futuri genitori?
Assolutamente sì. D’altronde questo è un caso-limite, una tragedia che la stragrande maggioranza di loro non vivrà mai, ma la storia ruota attorno all’idea di una madre come caregiver e credo sia potentissima. Ho amici senza figli che mi hanno detto di essersi ritrovati nel racconto perché hanno sperimentato la malattia di qualcuno a loro caro, come un genitore, un partner, un fratello o una sorella. È il racconto universale di come si affronta un trauma nei suoi vari aspetti.
Anche i toni cambiano molto, toccando vari livelli di risposta, dalla disperazione all’umorismo. Perché è importante trovare un equilibrio tra queste sfumature?
Io sono una di quelle persone che si mette a ridere quando c’è una situazione delicata o piena di tensione. Sarà parte del mio essere australiana, credo. Quando ci sono momenti difficili nella vita tendo a sdrammatizzare, ecco perché mi sento attratta da copioni che affrontano la vita in questo modo. E Mary lo ha fatto, per questo ci siamo trovate da subito in sintonia. Lei ha evitato di essere pesante e didascalica, ecco perché la gente ha voluto fare questo viaggio con lei.
Qual è l’aspetto più sorprendente?
Probabilmente il senso di realismo, quello che non fornisce risposte ma ti fa sorgere domande.
Lei ha due figli. La sua esperienza personale l’ha aiutata a costruire il ruolo di Linda? Loro sono coinvolti nel suo processo creativo o hanno visto i progetti suoi e di suo marito Bobby Cannavale?
No, nutrono un sano disinteresse verso la nostra professione e i nostri lavori, cosa che rispetto. Riguardo invece alla maternità, credo ci sia un “prima” e un “dopo” quel momento e inevitabilmente quando accade influenza le tue scelte e il tuo comportamento, che sia a livello inconscio o meno.
Linda racconta un sogno in terapia, quasi se la aiutasse a tenere a bada i nervi. Lei cosa fa per calmarsi?
Un bicchiere di vino mi aiuta, anche non so se un terapista lo consiglierebbe! (Ride)
Lei cosa sogna?
Un tempo erano molto fantasiosi, spesso riguardavano voli alla Avatar…
Un’ultima curiosità: com’è stato lavorare con A$AP Rocky?
Tutti aspettavamo Rihanna sul set (ride). Scherzi a parte, è davvero un artista di talento, di cui ammiro tanto il repertorio musicale. Durante le riprese ha lavorato davvero sodo, con grande curiosità e rispetto. Ma è fatto così: ha un carisma quasi soprannaturale, qualcosa che non puoi studiarti a tavolino perché è istintivo.