Oscar, arte e sublimazione
Da Hamnet a Sentimental Value fino a I Peccatori, tre film raccontano come teatro, cinema e musica possano trasformare il lutto e la rabbia in arte, dando forma al dolore e restituendogli un senso.
“Le ferite hanno bisogno di aria per guarire”.
Lo diceva un vecchio saggio in un episodio della serie Watchmen. Una serie sui supereroi e sulle maschere che, forse, sarebbe piaciuta a William Shakespeare. Una prova? Nel primo atto del suo Amleto il Bardo scriveva: “Io ho dentro ciò che non si mostra. Fuori ci sono i fronzoli e le maschere del dolore”. Per una volta, quindi, niente dubbi. Una cosa è certa: le maschere del dolore vanno messe là fuori, magari in bella mostra su un palcoscenico. Condivise con gli altri, mentre il gioco della messa in scena reinventa quello che ci teniamo dentro.Grazie al teatro. Grazie all’arte. Grazie alle storie che ne nascondono altre.
È l’epifania a cui ci porta Chloé Zhao nel meraviglioso finale del suo Hamnet, dove il teatro si trasforma in una commovente elaborazione del lutto. Un tema, questo dell’arte come sublimazione del dolore, che (per puro caso) abbraccia tre film candidati come Migliori Film ai prossimi Premi Oscar: Hamnet, Sentimental Value e I Peccatori. Lo fanno in tre modi diversi e con tre stili diversi. Hamnet in modo impetuoso, Sentimental Value lavorando di sottrazione e implodendo, I Peccatori in preda a un raptus di rabbia infuocata. Lo fanno raccontando il potere lenitivo del teatro, del cinema e della musica. Un potere che esplode nei finali di tutti e tre questi splendidi film.
La madre di ogni dolore
Terrence Malick le chiamerebbe “via della grazia” e “via della natura”. Sono le due reazioni opposte di un padre e una madre davanti alla morte di un figlio. In Hamnet Chloé Zhao le esplora entrambe. William segue la prima, intingendo il suo pennino nel calamaio del dolore. La scrittura lo accoglie nel suo grembo materno, portandolo a sublimare quel lutto dentro un’opera teatrale. Un atto privato, intimo, che Zhao decide di nascondere ai nostri occhi togliendo Will dalla scena.
Lo schermo è tutto per il dolore di Agnes, che fin dalla prima inquadratura abbraccia alberi, foreste e caverne. La via della natura è tutta per lei. Una madre che urla il suo dolore in modo viscerale e straziante. Non parla, ma ascoltiamo lo stesso tutto quello che gli occhi svuotati di un’incredibile Jesse Buckley hanno da dire. Anche lei vive il lutto in solitudine, con un marito lontano, impegnato a scrivere il proprio strazio.
Vie parallele che si incrociano, finalmente, nel finale. Quando la via della grazia e la via della natura si incontrano su un palcoscenico. Dentro epilogo bellissimo e potente, che dona luce a tutto il resto del film.
Un finale illuminante nel vero senso del termine, che ti fa sentire tutto. E tutto assieme. Come una specie di valanga che ti travolge di colpo. Ci riesce e grazie a un meraviglioso cortocircuito in cui Agnes diventa parte del pubblico come noi. E noi, nel pubblico, diventiamo la protagonista. Una madre che, guardando l’opera teatrale scritta dal marito, finalmente capisce. Capisce le ragioni di un marito lontano, il potere delle storie sulle persone e il senso di un dolore atroce. Tutto mentre il cinema e il teatro danno vita alla morte in un meraviglioso cortocircuito tra realtà e finzione.
Cinema più vero del vero
Un cortocircuito che torna anche in Sentimental Value. Ancora una volta dedicato a una famiglia piena di crepe. Crepe a cui Joachim Trier dà letteralmente voce, facendo parlare i muri di una casa piena di ricordi, silenzi, urla, litigi e cose non dette. Non dette soprattutto tra Gustav, un padre regista (di cinema) e Nora, una figlia attrice (di teatro), ormai distanti anni luce. Lei ha abbandonato il grande schermo per rigetto verso una figura paterna troppo egoriferita per essere un buon genitore. Lui, arrivato a fine carriera, prova a riallacciare i rapporti chiedendo a sua figlia di recitare nel suo ultimo film. Davanti a un rifiuto, Gustav cerca altrove la sua protagonista, salvo poi chiedere alla sostituta di assomigliare esteticamente alla sua Nora.
Ecco come Sentimental Value racconta un padre e una figlia incapaci di parlare, se non attraverso un film. La sceneggiatura di Gustav diventa l’ultimo, disperato tentativo di chiedere scusa, farsi capire e riallacciare un rapporto con una figlia lasciata andare troppo a lungo. Ed è ancora una volta nel finale che cinema e vita tornano a toccarsi, o meglio, a confondersi. Nora si aggira per una casa vuota, e sembra pronta al suicidio. Gesto plausibile agli occhi del pubblico, che inizia a temere per lei. Però, è solo un “ciak” di Gustav. Il momento esatto in cui Nora “muore” nel film per rinascere figlia nella realtà.
La musica che brucia
Qui la famiglia si allarga e diventa comunità. Una comunità black incazzata, frustrata, indomabile. Ecco perché Ryan Coogler ha girato un film che se ne frega di accontentare il pubblico e di piacere a tutti. Perché ha solo bisogno di sfogarsi trovando nel cinema un confessionale in cui urlare e cantare più forte possibile. Lo fa orchestrando un coro black che trova nella musica il suo rito sacro e profano. Miscelando a meraviglia folk horror, gangster movie e thriller, I Peccatori racconta alla perfezione il valore simbolico e sociale del blues.
Un genere nato tra gli schiavi afroamericani, diventato mezzo di riscatto, racconto di sofferenza e bisogno di stare insieme. Che è quello che Coogler dice tutto il tempo nel film. Una comunità che vuole solo avere un posto tutto suo dove fare ciò che vuole: cantare, mangiar, ballare, fare l’amore. Un canto libero soffocato da mostri bianchi senza canini, ma mai spento davvero. Perché, attraverso il blues, la voce black diventa indomabile come il fuoco.
La forza del blues sopravvive al tempo, alla morte e al sangue versato, e nel potentissimo finale de I Peccatori ci dimostra quanto la musica abbia salvato tutti. Il giovane Miles, diventato ormai un anziano (e apprezzato) musicista e soprattutto tutta quella comunità che, in quella notte di sogni e desideri, si è sentita libera. Anche solo il tempo di una canzone.