Predator, o come si crea un capolavoro
Predator è un film che contribuì a definire le regole dell’action e della fantascienza, e nel contempo a mandarle in pezzi
«Era esattamente l’opposto di quello per cui credevo di essere stato ingaggiato». Questa frase di John McTiernan – raccolta insieme a molte altre testimonianze sulla lavorazione del film in questo pezzo datato 2012 – spiega in pochissime parole come mai Predator sia un capolavoro, e un film che nonostante si stia avvicinando ai 35 anni non è invecchiato di un giorno, e ancora oggi vanta innumerevoli tentativi di imitazione. Nato da una barzelletta, scritto e girato sul sottilissimo confine che separa il prendersi sul serio dalla satira più becera, Predator non è solo uno dei migliori action degli anni Ottanta e probabilmente della storia, ma anche un film infinitamente più intelligente di quello che possa sembrare a uno sguardo superficiale.
I Thomas presero lo scherzo molto sul serio, e lo usarono come spunto per scrivere una sceneggiatura che raccontava di un gruppo di alieni che giravano per la galassia a caccia di altri alieni; l’idea venne pian piano sgrezzata e semplificata, fino ad arrivare a quello che poi sarà appunto Predator, cioè la storia di un cacciatore alieno che si scontra con la specie più pericolosa dell’universo – l’uomo, rappresentato nello specifico da Arnold Schwarzenegger e dalla sua squadra speciale di soldati in missione segreta in un luogo non meglio precisato del Centro America (il paese immaginario di Val Verde, lo stesso di Commando, oppure se preferite il Guatemala, almeno stando ai film più recenti del franchise).

La storia probabilmente la conoscete già, ma va così: il maggiore Dutch (Schwarzenegger) è un supersoldato veterano del Vietnam a capo di una squadra specializzata in pericolosissime missioni di estrazione. Gliene viene assegnata una, che in teoria dovrebbe prevedere il salvataggio di un ministro, il cui aereo è caduto in pieno territorio nemico (in sostanza Fuga da New York con una giungla vera al posto di quella metropolitana). Arrivato sul posto, Schwarzenegger scopre due cose: la prima è che la storiella del ministro era una copertura per una missione ancora più delicata e segreta; la seconda è che le squadre che hanno preceduto la sua, e anche molti dei ribelli che hanno in teoria preso in ostaggio il fantomatico ministro, sono state massacrate da un’entità non meglio specificata, che l’unica sopravvissuta descrive dicendo che “la giungla si è animata”.

E se invece non vi basta prendete questa scena
Eppure nonostante questo lo Yautja lo elimina senza problemi. Lo Yautja elimina senza problemi praticamente tutti: morte dopo morte, Predator decostruisce (e prende anche un po’ in giro) il mito del macho anni Ottanta, schiacciato dalla prepotenza di un alieno che ha dedicato la sua intera esistenza a diventare la più perfetta macchina di morte della galassia. È solo quando smette di essere sé stesso e si abbassa al livello della creatura ferale che lo sfidando (Arnold Schwarzenegger coperto di fango e completamente trasfigurato) che mostra i primi segni di debolezza, e prende in considerazione la possibilità di una sconfitta. Eppure anche in punto di morte non rinuncia a far sentire la sua innegabile superiorità: c’è un momento nel quale Scwharzenegger, invece di spappolargli la testa con un sasso e farlo precipitare nel vuoto, esita un istante e si interroga sulla sua identità, e lui, finalmente vulnerabile, decide di… farsi saltare per aria, e salutare l’universo con una risata isterica (e copiata da una delle sue vittime). Esiste forse un modo migliore per andarsene?
