Ricchi da morire: vecchi e nuovi piaceri del murder
Ricchi da morire è l’ennesimo esempio di come il murder sia tornato in grande spolvero, mostrandosi tra i generi più capaci di divertire interrogando il presente. Ma cosa lo rende tale?
Immaginiamo per un attimo che il cinema si sia terribilmente moralizzato. Non per forza in senso negativo, ma oggettivamente: forse vi ricordate (o vi hanno raccontato) che andare in sala fosse un’esperienza liberatoria. Si entra, si vede un film e, soprattutto, si viaggia. C’è il viaggio leggero della pura evasione, quello denso – ma sempre stimolante - del film politico. Ma quel che un film sicuramente non farà è mettervi l’ansia di dovervi pronunciare sulla moralità spicciola di ciò che vedete.
Questo (vi hanno sempre raccontato) lo facevano i gruppi religiosi, così molesti e bigotti che a un certo punto un gruppo di scafati capitalisti hollywoodiani decise di darsi un codice con tutti i trigger da evitare, così da poter continuare a sfornare in santa pace quel che il loro pubblico gli aveva sempre chiesto: racconti immorali.C’è però un codice che sopravvive a qualunque censura. Si chiama “genere”. Un genere è tante cose, alcune delle quali molto tecniche e venali. Ma al succo è un insieme di convenzioni. Un accordo tra artista e pubblico per cui “questo tipo di racconti funziona così, le regole del reale sono sospese: prego, siete autorizzati a sognare”. È quel che fingono di non capire le persone che odiano i musical, quando dicono “mi disturba che a un certo punto inizino a cantare”. Come se una gara di occhiatacce in un western o una rapina di Mission: Impossible fossero in alcun modo più plausibili, meno codificate. Non eravate venuti a vedere un film?
Comunque il punto è semplice. Un genere consente di sospendere la realtà, e – tra le altre cose - creare universi dove la morale non esiste, o non ha peso, o è completamente diversa dalla nostra. E dove quindi (come nella cara, vecchia catarsi aristotelica) aspetti del mondo e di noi stessi che non troverebbero sfogo possono essere esplorati con gioia liberatoria. Ultimamente si è parlato molto in questi lidi di Kill Bill. Ecco, se Tarantino è l’entertainer che è, è perché più di tutti applica pedissequamente questo concetto, che tra le facoltà spettatoriali bypassa le più raffinate per parlare direttamente al cervello rettile.
Dimenticate il mondo di tutti i giorni, dove uccidere - un impulso che esiste in ognuno di voi - è giustamente proibito. Eccovi un mondo in cui ogni personaggio è un killer e la moralità si può quindi spostare altrove: estetica (chi ucciderebbe una ragazza così bella?), etichetta (non la uccideremo nel sonno), gioco ("I was five and he was six"), amore (ci sono delle conseguenze quando spezzi il cuore a un assassino bastardo). Omicidio? Non importa, quello lo fanno tutti.Il bello è che questo non impedisce per forza al racconto di confrontarsi col reale. A volte è vero il contrario: proprio nella sua forma astratta e ludica, un gesto come l’omicidio – con tutto il suo portato di ferocia animale “liberata” – può essere ciò che non gli sarebbe consentito di essere in un contesto (liberale) realistico: uno strumento di sanzione morale che fa rientrare la politica dalla finestra assegnando destini atroci ai cattivi della Terra, dando voce in modo allegro e catartico ai peggiori demoni che ci invadono quando leggiamo le ultime notizie.
Il divertimento promesso da un film come Ricchi da morire colpisce proprio qui, a metà strada tra il “liberatorio” e il “giustizialista”. Da un lato -sospiro di sollievo - le vittime del protagonista sono tutte ricche, crudeli e spietate quanto lui, permettendoci di goderci un po’ di sana carneficina condita da british humour (il film è USA ma adatta un classico della Ealing).
Aiuta che il protagonista sia Glen Powell, attore intelligente che negli ultimi anni ha trovato una chiave non banale per arrivare al successo che l’aveva sempre eluso: conscio del limite intrinseco al suo aspetto – troppo classicamente bello per incontrare appieno i gusti di un’epoca di sex symbol più tormentati e anticonvenzionali – ultimamente Powell ha iniziato a usarlo in chiave autoconsapevole, al limite della parodia, alternando ruoli eroici ad altri dove la furtività delle azioni fa volutamente a cazzotti con la sua faccia da all american boy. L’effetto (specie in un contesto comico) è quello di Clark Kent/Superman: è talmente assurdo che uno così cerchi di passare inosservato che capiamo subito l’astrazione del tono. La sospensione dell’incredulità riesce più facile, il racconto guadagna in leggerezza e brio.
All’estremo opposto, Ricchi da morire intercetta in pieno l’insofferenza/fascinazione per le élite che ultimamente ha tenuto il pubblico incollato alla poltrona. Dagli scandali stile Epstein a politiche estere sempre più impazzite e avulse dagli elettorati, la sensazione montante dell’assoluta impunità dei governanti e delle alte sfere finanziarie ha minato la fiducia di una cittadinanza impoverita nel funzionamento degli apparati democratici, nonché nella possibilità (cara all’etica dell’American Dream) di farsi strada con le proprie forze. Il mondo delle élite può sembrare legale, ma è totalmente indipendente dal controllo nostro e delle istituzioni. Può sembrare accessibile, ma è un club chiuso dove vigono favoritismi e mentalità mafiose/da setta.
Si potrebbe dire che il genere a essersene accorto meglio sia l’horror, da The Menu a Death of a Unicorn, da Finchè morte non ci separi ad Abigail. Ma è interessante notare come – proprio in parallelo al successo della serie Knives Out di Ryan Johnson – tutti questi film abbiano anche qualcosa che li allontana dall’horror strettamente inteso, per portarli invece più vicini al giallo classico. L’attrattiva è quella di Assassinio sull’Orient Express (a sua volta rivitalizzato da Kenneth Branagh): un racconto corale, capace di visualizzare un universo chiuso dove poter ostentare l’opulenza e l’immoralità delle classi dominanti, attivando piaceri aspirazionali – il lusso, le ville, gli abiti - ma contemporaneamente giocando a stuzzicare l’ostilità pregressa del pubblico nei confronti di quel mondo.
Rispetto all’horror, il murder ha già nel proprio dna questa propensione voyeuristico/moraleggiante. La soddisfazione di scoprire gli altarini dei ricchi, dei governanti, dei nobili, giocando insieme a inebriarsi di quel mondo di sfrenato privilegio. Becket Redfellow, il protagonista di Ricchi da morire, rappresenta esattamente questa dualità: l’insofferenza di un agio inaccessibile; la soddisfazione populista di vedere gli impuniti cadere vittime del loro stesso gioco truccato; e l’amarezza di scoprire che alla fin fine le carte le hanno in mano “loro”.
Ricchi... da morire - delitti in famiglia, in sala dal 17 giugno con Lucky Red, costituisce un altro tassello di un genere che sta dimostrando una duttilità notevole, impensabile per epoche che lo volevano “televisivo” o “troppo teatrale”. Per generazioni nutrite da una dieta di piattaforme e serie tv (molte delle quali, a partire da Succession, rimuginano proprio gli stessi temi) il murder è tornato genere fondamentale per navigare il presente, capace di un mix di politicità e leggerezza che consente di guardare in faccia una realtà inquietante senza dimenticare il piacere del racconto. Con quel pizzico di immoralità che non guasta mai...