Robert Downey Jr, il demone nel franchise

A quasi vent’anni dal debutto, Robert Downey Jr resta indissolubile da Iron Man: tra riscatto e prigionia, la sua carriera riflette il peso di un mito che ha ridefinito il cinema contemporaneo.

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Io sono Iron Man

Sono passati quasi vent’anni da quando Robert Downey Jr, nei panni di Tony Stark, annunciava al mondo di essere il Vendicatore Dorato. Due decenni di avventure sul grande schermo, una simbiosi tra attore e personaggio che ha trasceso i limiti del cinema ed è entrato nel quotidiano, tanto che difficilmente si riusciva a capire dove finisse Stark e iniziasse RDJ. 

Capita, quando sei scelto non solo per avviare un franchise che ha cambiato la percezione del cinema presso il grande pubblico, inevitabile quando quel brand ti viene tatuato sulla pelle, al punto che sei la colonna portante di tutta la baracca. Non solo nei film, ma anche nelle campagna promozionali, osannato dal pubblico che – galvanizzato da una performance impeccabile – identifica il Marvel Cinematic Universe con Iron Man. Non male per un personaggio che sulla carta – quella dei comics della Casa delle Idee – è stato a lungo in secondo piano. 

Scelta vincente di Jon Favreau, deciso ad andare contro le opinioni avverse al casting di Rober Downey Jr e ostinarsi ad averlo, perché solo chi è stato davvero vittima del demone nella bottiglia – e di altri, svariati demoni – poteva indossare la pesante armatura di Iron Man. Un ruolo che arriva nel periodo della rinascita di Robert Downej Jr, attore dal talento smisurato disperso in un decennio di vizi e debolezze che ne hanno arrestato malamente la carriera. 

Condannato a piccole parti che sembrano sbattere in faccio allo spettatore un talento sprecato, da Wonder Boys a Gothika, da Kiss Kiss Bang Bang a Zodiac. Prove di spessore che lanciavano un segnale preciso all’industry: sono tornato, sono pronto. Ma Hollywood non dimentica e non perdona e RDJ aspettava l’occasione giusta. Che arriva con una scommessa, con un fumettone, come venivano ancora etichettati i film sui supereroi. 

Downey Jr era il perfetto interprete di Iron Man. Con buona pace di Tom Cruise, che era stato preso come modello nella saga di Extremis da Adi Granov e Warren Ellis, story arc pensato per arrivare al cinema. Come farà anni dopo, con Iron Man 3, ma sotto l’elmo di Testa di Latta ci sarà Robert Downey Jr, per l’appunto. E forse c’è davvero lui, non Tony Stark.

Riguardando a interviste, presentazioni ed eventi, è difficile comprendere dove si fermi il personaggio e dove inizi l’attore. Non c’è una differenza di movenze, di toni e di approcci alla vita, Robert Downey Jr sembra davvero diventato Tony Stark, e i Marvel Studios vanno a nozze con questa simbiosi. Basti pensare ai divertenti siparietti con i suoi colleghi durante interviste e backstage, al suo comportamento istrionico e al modo impeccabile con cui ha portato alla luce un personaggio drammatico del mondo Marvel.

Il miracolo di Rober Downey Jr è stato rendere amato un personaggio che, va detto, nei fumetti è spesso odioso, soprattutto negli anni in cui il Marvel Cinematic Universe si forma. Da Civil War a La Guerra delle Armature, storie in cui il suo ossessivo desiderio di controllo, la sua spocchia e il suo senso di superiorità si contrappongono alle sue insicurezze e fragilità, dandoci un uomo in armatura esteriormente forte ma al suo interno incredibilmente fragile.

Sugli schermi del cinema arriva una versione di Tony Stark che ha tutte queste fragilità, ma capace di renderle forza, di farsi carico del peso di un universo – e di un franchise – e arrivare all’estremo gesto pur di salvarlo. Perché sono le azioni di Stark che scandiscono la Avengers Saga, e per il pubblico questo contribuisce a identificare il volto dell’attore con il personaggio. E non importa se alla fine Robert Downey Jr arriva al termine del suo percorso con una frase epica:

“Ma il compito dell’eroe è questo, una parte del viaggio è la fine”

Il peso dell’armature si è fatto sentire. Essere Iron Man è stato un privilegio per Robert Downey Jr, un modo di uscire dalla landa delle piccole parti e avere finalmente un ruolo da protagonista. Una responsabilità vissuta con dedizione tanto che lo stesso attore non mancava di ricordare come essere il leading character del franchise che ha rivoluzionato il cinema contemporaneo richiedesse una certa sensibilità:

“Quando inizi, creando, immedesimandoti e entrando in sinergia con Tony Stark e il Marvel Universe, diventi un aziendalista, sei iil tipo fuori dalle righe, mantieni una certa creatività e lavori con questi cast, ma arriva un momento in cui….come dicono? I padroni iniziano ad assomigliare ai loro cani”

Soprattutto, se inizi a interrogarti quanto tu possa essere ancora considerato come un attore, e non come un perfetto cosplayer di Iron Man. L’ex bad boy di Hollywood diventa il simbolo di un franchise, anzi di un nuovo filone cinematografico, la bravura di Downey Jr è al contempo riscatto per l’attore ma anche prigione che lo confina, che lo condanna alla maledizione di James Bond: sarai vincolato per sempre a quel personaggio. Ma dove Connery e Moore era stati vittime del successo di Bond, Rober Downey Jr è stato complice di questo folle meccanismo di identificazione.  

Nel periodo in cui Robert Downey Jr è Iron Man, la sua carriera cerca altri sbocchi. Diventa Sherlock Holmes per Guy Ritchie – ma anche in questo caso l’ombra di Tony Stark aleggia sul personaggio – ed è stupendamente ironico nell’irriverente Tropic Thunder, piccolo cult mai pienamente apprezzato. Ma gli altri film? Il Giudice è un bel film, ma non fa breccia nel pubblico. Parto col folle, come spalla di Galifianakis, è una commedia on the road dimenticabile. Il resto sono apparizioni e camei impalpabili, una maledizione che prosegue sino a Avengers: Edgame.

Fine dei giochi, addio a Testa di Latta  e via verso una nuova vita lontano dai cinecomics. 

Speranza vana. Appesa l’armatura di Iron Man al chiodo, Robert Downey Jr sembra condannato a non trovare una nuova dimensione. Doolittle – film Disney che si basava proprio sul suo carisma – è un flop, e la sensazione è che senza il suo alter ego fumettistico Downey Jr non abbia possibilità. Fortunatamente non la pensa così Nolan, che in Oppenheimer lo trasforma in un Levi Strauss monumentale e Hollywood se ne accorge, con un bell’Oscar che sembra, però, il coronamento di una carriera. 

Tanto che pochi si ricordano la sua strepitosa interpretazione nella miniserie Il simpatizzante, in cui si concede di interpretare bene tre personaggi, con una maestria incredibile. Ma la gente, lo capisce, o continua a vederti dentro un’armatura rossa e oro? Sarà che il Marvel Cinematic Universe dopo Endgame sembra aver perso smalto, ma il fandom chiede a gran voce il ritorno di Robert Downey Jr, ribadendo come per il pubblico attore e franchise siano indissolubili.

Ma se il Marvel Cinematic Universe sta dando dei deboli segnali di ripresa – come Wonder Man – la carriera di Downey Jr lontano dai supereroi marveliani non sembra godere di buona salute. Almeno, sino a quando non è stato annunciato il suo ritorno nei panni di Victor von Doom, con una mossa che sembra un Holy Mary: il supereroe più amato torna come il villain più temuto. E grazie al multiverso, che consente di lanciarsi in follie simili, almeno fino a quando sappiamo spaventosamente poco di esso. 

Tra gli applausi, le grida entusiastiche e l’accoglienza trionfale per il ritorno del figliol prodigo del Marvel Cinematic Universe, dovremmo farci una domanda: chi ha davvero bisogno tra Robert Downey Jr e il MCU?

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