L’MCU riparta da Wonder Man
Il Marvel Cinematic Universe attraversa una crisi creativa, ma Wonder Man prova a invertire la rotta: meno hype, più idee, sperimentazione narrativa e uno sguardo ironico su supereroi e Hollywood.
Sappiamo così spaventosamente poco del multiverso che ancora non abbiamo compreso come stia realmente il Marvel Cineamtic Universe. Per anni pietra di paragone per ogni cinecomic, inarrestabile corazzata dell’entertainment che conquistava il pubblico arrivando a portarlo in sala anche più volte in un mese, oggi gli eroi Marvel sembrano aver perso la bussola, accusando una stanchezza che pare non trovare cura.
Sono lontani i tempi di successi come Avengers o The Winter Soldier, e – siamo onesti – anche prima dell’uscita del gran finale di Infinity War – Endgame non tutte le pellicole avevano lo stesso carisma dei primi capitoli. Dalla grotta di Gumira da cui Tony Stark è uscito come Iron Man sono passati diciotto anni, anni in cui i Marvel Studios hanno cercato di stupire il pubblico continuamente, ma questa maratona alla ricerca della soddisfazione dei fan ha portato a giocare sul sicuro, mancando di azzardare soluzioni nuove.E poi, all’improvviso, l’azzardo diventa necessità. Gli anni del Covid e il dover spingere Disney+ cambia le regole del gioco nel momento in cui al franchise vengono a mancare i suoi punti di riferimento, quando serve un ricambio di personaggi che devono tenere vivo il brand. La sperimentazione diventa la meta-narrazione di WandaVision, che convince, ma che si perde rapidamente all’interno di serie meno riuscite, film al cinema che mostrano evidenti fragilità e la sensazione generale di una mancanza di lucidità.
Nel mezzo di questo marasma si perdono anche delle chicche come Lycantropus – la migliore idea di tutto l’MCU post-Endgame – ma da questa confusione, alimentata da speranze dei fan continuamente deluse, si potrebbe uscire con un atto di fede, non tanto al fumetto quanto all’idea stessa di cinema. Come pare voler fare Wonder Man, che affidandosi a uno degli eroi meno noti fuori dai comics della Casa delle Idee, potrebbe riscrivere l’anima dell’MCU.
Certo, a patto che per un momento ci si concentri sulla serie con protagonista Simon Williams e non sempre e solamente su ciò che verrà. Soffocati dalla cultura dell’hype stiamo già pensando al ritorno di Robert Downey Jr, all’arrivo dei mutanti e a quel Doomsday che dovrebbe essere il punto di svolta di un intero franchise. Mentre tutti si interrogano su come l’ex Testa di Latta sarà ora Destino, su Disney+ è arrivata una serie che risponde a quel bisogno di sperimentazione in cui sembra che finalmente si sia trovata una writing room coraggiosa.Talmente temeraria di mettere al centro della scena due attori in disgrazia, che cercando di tornare sotto le luci della ribalta trovando una parte nel remake di un film sui supereroi, Wonder Man. Tanto l’emergente Simon Williams (Yhaya Badul-Mateen II) quanto il veterano e famigerato Trevor Slattery (Ben Kingsley). Tra casting, vezzi autoriali e guest star sorpendenti, Wonder Man non è un classico racconto supereroico, ma una sarcastica e disincantata fotografia della Hollywood lontana dai riflettori.
E forse per questa sua vene irriverente e l’umorismo dissacrante, reso al meglio da un attore del calibro di Kingsley, riesce dove altre produzioni dei Marvel Studios hanno fallito: riportare ordine nel franchise.
Non tanto in termini di continuity – pur risultando uno dei prodotti più a fuoco in tal senso – quanto nel definire come dare corpo a un’idea che non sia vittima delle aspettative di un pubblico oramai confuso. Wonder Man osa nella direzione giusta, si inserisce garbatamente nella continuity del Marvel Cinematic Universe, pur riuscendo a presentarsi al pubblico con una propria identità.
Non servono ritorni eccellenti, campagne promozionali fondate sull’hype nostalgico e la promessa di un evento corale sovraffollato per accendere l’entusiasmo. Servono idee nuove, volti nuovi che non siano i soliti personaggi di prima fascia ma che si facciano interpreti di storie appassionanti, non obbligatoriamente legate a doppio filo alla narrazione principale. L’errore di creare una serrata, monolitica infrastruttura narrativa è controproducente, il pubblico inizia a risentire del vincolo al modello ossessivo di visione obbligata di tutti prodotti, un all you can see coercitivo che spaventa e, alla lunga, crolla sotto il peso di una mancanza di qualità.
Wonder Man va fieramente controcorrente, si allontana da queste meccaniche e diluisce il contesto supereroico in una storia godibile, divertente e che, a volontà dello spettatore, può essere un punto di collegamento con altre produzioni del Marvel Cinematic Universe. E su questa lezione, più che sull’ipocrita finale di She-Hulk: Attorney at Law, dovrebbero studiare le future produzione del franchise, per dare nuova grinta a una Marvel cinematografica che delizia gli occhi ma lascia cuori tiepidi.
‘nuff said.