Rocky II, Stallone aveva già capito tutto
Rocky II dovrebbe venire insegnato nei manuali di cinema in quanto esempio perfetto di come si fa il sequel di un capolavoro
In attesa dell’uscita di Creed 3, il primo film della saga di Rocky Balboa senza Sylvester Stallone, facciamo un ripasso dell’intero franchise. Oggi proseguiamo con Rocky II, il sequel perfetto
Rocky fu un successo clamoroso, al botteghino, presso la critica e soprattutto nell’immaginario collettivo americano (e non solo, ma comunque in particolar modo). Il genere di successo che oggi spingerebbe la produzione a mettere in cantiere immediatamente un sequel. Al tempo però eravamo ancora sul finire della New Hollywood, in quel periodo di passaggio tra il dominio degli autori e quello delle produzioni e dei franchise; e infatti Rocky II ci mise tre anni a vedere la luce, e per motivi che oggi sarebbero inconcepibili.
Uno su tutti: John Avildsen stava lavorando a La febbre del sabato sera, e non era quindi disponibile per girare un sequel di Rocky. Oggi il problema non si porrebbe perché si fa relativamente meno attenzione al nome di chi sta dietro la macchina da presa. Soprattutto, oggi sono pochissimi quelli che potrebbero permettersi di fare quello che fece Sly, ancora una volta unico autore della sceneggiatura: mettere il veto a qualsiasi altro nome che non fosse il suo, per quella che sarebbe stata la sua seconda regia dopo il flop (immeritato) di Taverna Paradiso. Una volta assicuratosi di avere il pieno controllo del progetto, convincere il resto del cast del primo film fu ovviamente un gioco da ragazzi.
Potremmo andare avanti. In Rocky, Adriana spingeva Rocky a combattere e a credere in sé stesso; in Rocky II, prima lei compie il massimo tradimento (chiede a Rocky di smettere di combattere), poi entra a gamba tesa nel dramma cadendo in coma in concomitanza con la nascita del figlio, solo per uscirne con un messaggio chiaro per il marito: “Vinci”. In Rocky, Robert Balboa si allenava prendendo a pugni pezzi di carnazza; in Rocky II passa direttamente a prendere a martellate dei grossi pezzi di ferro. È tutto scritto per essere “come il primo, ma di più”: esattamente quello che il pubblico avrebbe imparato ad aspettarsi per il decennio successivo (pensate a quanto venne accolto relativamente male un sequel “diverso” come Il tempio maledetto).
(l’unica eccezione è il lato meta- di Rocky II: all’inizio del film, Rocky si trova a confrontarsi con l’inatteso successo e la sua incapacità di gestirlo, in quella che con ogni probabilità è la messa in scena delle paure dello stesso Stallone – rivelatesi poi infondate)
Perché, allora, se è tutto così perfetto, abbiamo scritto che Rocky II non è un capolavoro? Perché per la sua stessa natura di sequel, di +1, non aveva possibilità di chiudersi in modo pienamente soddisfacente, né di superare il finale perfetto del primo. Se ci pensate è un problema senza soluzione nel momento in cui la storia del film si riassume in “Rocky e Apollo: la rivincita”. Far finire il film con una vittoria netta di Rocky l’avrebbe banalizzato; far vincere Apollo avrebbe significato riavvolgere il percorso di crescita di Rocky e riportarlo al punto di partenza. Finire con un teorico pareggio e una vittoria tecnica di Apollo sarebbe stato… be’, il primo film.
Ribaltare la situazione, e far vincere Rocky solo grazie a un ultimo, supremo atto di resistenza (rialzarsi per tempo dopo un doppio quasi-KO) era l’unica soluzione possibile, e per questo telefonata fin dall’inizio. E in fondo anche questa è una lezione che Stallone imparò grazie a Rocky II, come dimostrerà tre anni dopo con Rocky III.