Rocky, l’epitome del sogno americano
Rocky è una perfetta rappresentazione del sogno americano, e non solo per quello che racconta nel film
In attesa dell’uscita di Creed 3, il primo film della saga di Rocky Balboa senza Sylvester Stallone, facciamo un ripasso dell’intero franchise. Oggi partiamo, ovviamente, con Rocky
Rocky è per certi versi l’epitome del sogno americano, e per altri addirittura un superamento, o quantomeno un perfezionamento. E ha cominciato a esserlo prima ancora di venire girato, quando era solo un’idea nell’irrequieta (e assai preoccupata) mente dell’allora giovane Sly. La storia del making of di Rocky è ormai leggenda e se la conoscete potete saltare questo paragrafo (o se volete ripassarla qui c’è un ottimo riassunto), ma in breve: Stallone al tempo viveva in una casa che non aveva soldi per pagare ed era a un passo dallo sfratto e dal rinunciare al suo sogno di attore. Riuscì a convincere Irwin Winkler a dargli un’ultima possibilità e nel giro di tre giorni produsse il primo script di Rocky.
La versione originale di Sly era ragionevolmente diversa da quella che arrivò poi sul set, più cupa, con un finale in minore forse sperimentale, ma con un decimo dell’impatto di quello che poi è stato girato. Ma aveva la scintilla, la fame, veniva chiaramente dalla penna di qualcuno che non solo aveva talento, ma aveva anche riversato tutto quel che rimaneva del suo cuore nel progetto – e aveva di fatto scritto un film autobiografico, nel quale la boxe sostituiva lo scrivere un film sulla boxe. Stallone fu così granitico, così pervicacemente attaccato a un paio di punti fissi dai quali non si sarebbe mai schiodato, da convincere la produzione a dargli un budget di un milione di dollari e soprattutto il ruolo da protagonista: l’impressione di Winkler era che il vero talento di Sly fosse nella scrittura, ma lui si rifiutava di affidare il personaggio di Robert “Rocky” Balboa a chiunque altro, non importa quanto bravo.
Stallone queste cose le sapeva, e le stava provando sulla sua pelle mentre faceva l’impossibile per girare il suo film: non è un caso che Rocky Balboa si esprima in un inglese stentato e pesantemente accentato, a sottolineare come uno dei motivi del suo scarso successo sia il modo in cui viene visto e percepito prima ancora che abbia modo di dimostrare qualcosa. Se quindi la vita reale lo costringeva a confrontarsi con i lati oscuri del sogno americano, Rocky ne è una sorta di idealizzazione, o meglio di perfezionamento, di ideale a cui tendere. L’America di Rocky è un luogo dove il ricco capitalista oppressore è nero e l’oppresso è bianco. È un luogo di disuguaglianze e di stereotipi, ma è anche un luogo nel quale un immigrato italiano che si allena prendendo a pugni dei prosciutti può diventare il pugile più famoso del Paese semplicemente perché è bravo.
In Rocky la svolta, narrativa e di carriera, è anche il momento più surreale e quasi magico di un film che per il resto è un capolavoro di semplicità e sobrietà. Apollo Creed non solo il ricco capitalista, è anche l’incarnazione stessa del sogno americano: trovatosi senza avversario decide che il modo migliore per recuperare la situazione è di dare una possibilità a un signor nessuno, un atleta locale senza fama né una vera carriera; siamo ai confini del realismo magico, di Charlie che trova il biglietto dorato nella tavoletta di cioccolato. È quello che dovrebbe fare il sogno americano se fosse davvero un sogno e non solo un’altra sovrastruttura sociale: darti sempre e comunque, prima o poi, anche nel modo più casuale, una possibilità, una sola – perché se te lo meriti è tutto quello che ti serve.
Winkler chiese invece a Stallone di riscrivere quel finale, di renderlo più digeribile e meno amaro. Una vittoria di Rocky sarebbe stata la soluzione più logica, e avrebbe reso Rocky un film molto più banale di quello che è. Sly invece sceglie la prudenza: se lotti con tutte le tue forze, se hai l’occhio della tigre insomma, molto probabilmente non trionferai comunque, perché certe distanze sono ancora incolmabili, ma almeno sopravviverai, arriverai al gong ancora in piedi, e con ancora tanta voglia di lottare. È la differenza tra il sentirsi arrivati e il sapere di potercela fare, ma di avere ancora parecchia strada davanti. Visto com’è proseguita la carriera di Sylvester Stallone, e dove sta oggi, è chiaro che ha imparato la sua stessa lezione.