Ultima notte a Soho è il modo giusto per parlare di nostalgia
Ultima notte a Soho è un horror all’apparenza nostalgico, che invece decostruisce e smitizza i meccanismi della glorificazione del passato
Ultima notte a Soho è su Prime Video
Come sempre quando esce un film di Edgar Wright, e più in generale come sempre quando esce un film e la prima cosa che si corre a fare è paragonarlo ad altri film del passato per facilitarne la lettura e risparmiarsi di doverci pensare troppo, Ultima notte a Soho è stato accostato, e quasi sempre a ragione, a una lista infinita di riferimenti e influenze. Il giallo italiano, innanzitutto, Argento e Bava, Suspiria e Sei donne per l’assassino, come era facilmente intuibile già dai primi trailer; ma anche A Venezia… un dicembre rosso shocking di Nicolas Roeg, che da partiva da quel genere “nostro” e lo estremizzava e drogava fino a sfilacciarlo. Vi dovrebbe bastare questa inquadratura per concordare:
Non solo Italia, però. Ultima notte a Soho deve molto anche a Mulholland Drive di David Lynch, con il quale condivide diversi spunti narrativi e (in parte) il tema di fondo, oltre a una sequenza che non ci stupirebbe scoprire essere un esplicito omaggio. A Hitchcock, ovviamente, soprattutto in fase di scrittura. Ci ritroverete anche un po’ di horror contemporaneo, nel bene e nel male. E siccome è un film di Edgar Wright, non è tutto lento ed elegante e anni Sessanta: ci sono, per quanto sporadici, i suoi montaggi, i suoi carrelli, tutte le belle cose che ci ha regalato in questi anni.
Quando cresci con il mito di qualcosa, il rischio è sempre quello di farti prendere la mano, di smarrirti nella ricerca di una perfezione che non esisteva e infine di arrivare a credere che, per un qualche magico e inspiegabile motivo, allora si stesse meglio che ora. È il discorso che facevamo in apertura accennando a Stranger Things, una serie che reimmagina l’adolescenza negli anni Ottanta espungendo tutti i lati scomodi (tranne quelli utili a livello narrativo) e dipingendo quel decennio come una sorta di paradiso, un luogo magico dove tutti hanno una BMX e dei boschi dietro casa dove vivere mille avventure. La Swinging London è il luogo (e il tempo) perfetto per un’idealizzazione estrema, talmente spinta da finire svuotata e trasformata in uno spettacolo circense.
Edgar Wright lo sa (e l’ha detto), e quindi Ultima notte a Soho è tutto un lungo e arzigogolato modo per chiedere a chi guarda: davvero si stava meglio prima? È un’esplorazione del sottobosco di Soho in quegli anni, dove una ragazza poteva arrivare dalla campagna con sogni di gloria solo per ritrovarsi a prostituirsi per quattro soldi in attesa della sua occasione. È uno sguardo moderno a un tempo passato, che ne mette allo scoperto anche le brutture; un’operazione non dissimile da quella fatta da Del Toro di recente con il suo remake di La fiera delle illusioni, con la differenza che il film di Wright si muove su due piani temporali differenti e può quindi mettere il passato alla prova del presente.
Tutto questo impianto sta in piedi perché sorretto da una sceneggiatura che – al netto dell’ormai inevitabile rallentamento del secondo atto, una delle piaghe del cinema contemporaneo – intrattiene, stupisce e tiene incollati alla sedia con un numero più che discreto di colpi di scena. E da un regista che è in stato di grazia dall’inizio della sua carriera, e qui spreme cinema da ogni singola inquadratura, mostrando tutto quello che può e limitando le chiacchiere al minimo. Ma una parte non indifferente del merito del successo (almeno in quanto oggetto cinematografico: al box office ha floppato malissimo, purtroppo) di Ultima notte a Soho va attribuito al cast, e alle due protagoniste in particolare.
Anya Taylor-Joy è una creatura sovrannaturale, come già sapevamo da tempo, e qui Wright le cuce addosso il personaggio perfetto: un sogno (con qualche tratto da incubo neanche troppo nascosto), un’apparizione che sembrava vivere spostata un po’ di lato rispetto alla semplice realtà. Ma la vera sorpresa è Thomasin McKenzie, che non solo riesce a non scomparire a fianco della sua raggiante compagna di set, ma anzi le tiene testa e riesce a riempire altrettanto la scena senza mai bisogno di sgomitare. Quando c’è l’una, l’altra o entrambe, si fa fatica a concentrarsi sul resto, che pure ci regala un Matt Smith sempre all’altezza, una magnifica Diana Rigg (al suo ultimo ruolo prima della morte), Terence Stamp e persino Rita Tushingham, che nel 1965 fu protagonista di Non tutti ce l’hanno, film simbolo proprio della Swinging London.