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Alice nella Città 2026 - Parla con me, intervista alla regista Sophie Chiarello: “A dodici anni è troppo presto per scegliere il proprio futuro”

Dopo il grande successo di Attitudini: Nessuna, il documentario che ripercorreva la storia di Aldo, Giovanni e Giacomo, Sophie Chiarello torna dietro la macchina da presa con Parla con me: un viaggio tra cinema e teatro che ci interroga sul peso delle nostre scelte. Presentato ad Alice nella Città 2026.

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Lo scorso anno ha portato in sala Aldo, Giovanni e Giacomo con Attitudini: nessuna, fenomeno da oltre due milioni di euro al box office che ripercorreva la storia, l’amicizia e le origini del trio. Due anni prima, però, c’era stato Il cerchio (David di Donatello per il miglior documentario), che seguiva per cinque anni consecutivi, dalla prima alla quinta, gli alunni di una classe elementare. Ora Sophie Chiarello torna a posizionare la macchina da presa sui banchi e compie un passo avanti, mostrando l’età in cui i ragazzi devono scegliere che strada intraprendere. Parla con me racconta questo passaggio delicato portandoci dentro una scuola media della zona 167 di Lecce, quartiere di edilizia popolare ai margini di una città.

Realizzato con una linea di intervento del Piano Nazionale Cinema e Immagini per la Scuola e in collaborazione con Nasca, associazione culturale di Ippolito Chiarello impegnata in laboratori e percorsi teatrali sul territorio pugliese, il film è stato presentato nella sezione Alice nella Città della Festa del Cinema di Roma 2026. Noi di BadTaste abbiamo incontrato la regista per parlare del progetto.

 

Parla con me, un'immagine del film (I.C. P. Stomeo)

Con Il cerchio hai seguito per cinque anni una classe elementari. Ora hai fatto il salto alle medie. Avevi già in mente questo progetto?

In realtà avrei voluto continuare con i ragazzi de Il cerchio. Sono da sempre affascinata dal tema della trasformazione, e le scuole sono piccoli universi che la raccontano. Questa volta però volevo indagare luoghi ai margini e chiedermi se i confini geografici finiscano per diventare anche i confini dell’immaginazione. Soprattutto, volevo raccontare la crescita e il peso della scelta che si deve compiere a quell’età.

Cioè?

A quell’età i ragazzi sono chiamati forse a fare la scelta più importante della loro vita: decidere la scuola superiore e quindi un percorso che li segnerà per sempre. È però una scelta che arriva troppo presto, prima che si sia stato il tempo di chiedersi davvero chi sei, cosa vuoi e da dove vieni.

È da tempo che porti la macchina da presa dentro la scuola. Che idea ti sei fatta su questo mondo? Che cosa ne pensi e quali sono i problemi principali?

Chi sta ai margini ha opportunità diverse da chi non ci sta. Io ho studiato in Francia e anche lì i problemi non mancano: è un sistema molto classista, ed è una questione esplosa anche nelle proteste di queste settimane. Tornando però all’Italia, la da riformare è proprio questa: la scelta del proprio futuro arriva fin troppo presto. Non puoi decidere a dodici anni un percorso che ti porterà dritto ai diciannove, cioè all’età adulta. Nel film una ragazzina dice: “come prima scelta vorrei fare la parrucchiera, come seconda l’astronauta”. A quell’età c’è ancora troppa confusione.

Come hai trovato i ragazzi? Cosa ti ha colpito in loro che non ti aspettavi? A me sembrano molto più consapevoli di quanto si pensi a quell’età.

Noi adulti abbiamo molti pregiudizi sui ragazzi. Pensiamo che con loro non si possano affrontare certi temi, ma in realtà quando li ascolti viene fuori uno scambio di una qualità incredibile. Questo film mostra questo: il gesto del parlarsi e dell’ascoltarsi.

Mi è piaciuto molto il momento di confronto con i loro genitori. Cos’è cambiato, secondo te, tra i dodicenni di allora e quelli di oggi?

Tutto sommato gli adolescenti di oggi portano dentro gli stessi tormenti di quelli di ieri. Qualcosa però è cambiato nella socialità. Noi avevamo più spazi di intimità, luoghi fisici in cui stare insieme. Con la tecnologia questi ragazzi hanno perso il rapporto con lo spazio fisico, e con Ippolito abbiamo lavorato proprio su questo: aiutare a scoprire loro il linguaggio del corpo e a sbloccarsi.

Qual è stata la sfida più grande?

Avrei voluto avere più tempo per mettere i ragazzi nelle condizioni migliori per raccontarsi. Doveva essere un progetto più corposo e lento. Per questo il cellulare è diventato una risorsa: invece di andare noi a intervistarli, abbiamo lasciato che fossero anche loro a filmarsi e raccontarsi. L’ostacolo più complesso è stato convincerli a parlare con i loro genitori. Sembra niente, ma vuol dire ribaltare i ruoli: sono i figli a fare le domande e i genitori a doversi raccontare, magari per la prima volta.

E tu, da piccola, volevi già fare la regista?

Volevo fare la ballerina, ma poi ho realizzato che non era la mia strada. Ho capito cosa volessi fare passando per quello che non mi piaceva, e ho compiuto un giro lunghissimo che poi mi ha portato a fare quello che faccio adesso. Il cinema l’ho sempre amato, e già da ragazzina mi divertivo a fare delle piccole riprese con un mio amico.

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