Alla festa della rivoluzione, la recensione: trasformare D'Annunzio in una spy story
Un thriller storico su D’Annunzio e l’impresa di Fiume: Alla festa della rivoluzione trasforma la Storia in spettacolo pop tra intrighi, politica e cinema d’autore
Toccare il patrimonio storico nazionale è un’operazione molto rischiosa, specie se si vive in un paese come l’Italia, il cui governo in carica ha deciso di fare dell’identità nazionale un valore da conservare e tramandare, in modo particolare, attraverso il cinema e l’audiovisivo. Così, la decisione di Arnaldo Catinari, uno dei migliori direttori della fotografia italiani, di esordire alla regia parlando di D’Annunzio e dell’impresa di Fiume ha generato prevedibili polemiche politiche e storiche, ma Alla festa della rivoluzione rimanda le discussioni al mittente.
D’Annunzio al cinema: polemiche e libertà narrativa
Il punto di partenza del film, infatti, è un saggio scritto da Claudia Solaris nel 2002, che offre di quell’impresa e del successivo anno di “repubblica dannunziana” (1919-1920) una visione diversa, proto-rivoluzionaria, che cercò di mettere insieme illuminismo, socialismo e futurismo in modo confuso ma vitale. Catinari, assieme al redivivo Silvio Muccino in sceneggiatura, parte dal contesto e da alcune figure storiche e vi costruisce sopra un racconto spionistico e avventuroso.
La protagonista è Beatrice (Valentina Romani, perfetta action girl nostrana), una spia russa che collabora con il Vate e che si trova al centro di una rete di intrighi e doppi giochi tra le forze che vorrebbero cementare la rivoluzione e l’occupazione di Fiume — all’epoca contesa tra Italia e Jugoslavia, oggi città croata — creando la repubblica del Carnaro; chi vorrebbe abbatterla; e chi lavora in segreto per consentire a Mussolini di avvantaggiarsi del caos e diventare primo ministro. Ai lati opposti delle barricate troviamo Giulio (Nicolas Maupas), anarchico in cerca di vendetta, e Pietro (Riccardo Scamarcio), poliziotto al servizio del poeta ma, in realtà, interessato ad altro.Un film storico o un’ucronia?
Più di un giornale o sito d’informazione ha parlato del film, al tempo della sua anteprima alla Festa del Cinema di Roma, come di un’ucronia, probabilmente perché non conosceva — o riteneva inattendibile — la storia della rivoluzione di Fiume e delle sue conseguenze. Così Catinari e Muccino hanno gioco facile nel manipolare i fatti in elementi narrativi. Soprattutto, lo fanno ricorrendo ai moduli del romanzo storico-avventuroso, come un Ken Follett in sedicesimo, svelando onestamente il loro gioco fin da subito.
Senza la minima paura delle critiche e, forse, delle incomprensioni, ricevute e da ricevere, il film sfoggia fin da subito la propria idea di Storia come thriller delle storie personali: le conseguenze politiche diventano scelte emotive o narrative di un intreccio, trasformando il campo di battaglia ideologico nel tavolo da gioco dell’azione, della suspense, della trovata eccessiva ma efficace. È un modo che in Italia non siamo abituati a vedere al cinema (e, infatti, più di un critico ha scambiato il film per “televisivo”).
Un’epopea imperfetta ma da difendere
In realtà Catinari, che ovviamente cura anche le immagini del film, restituisce un’atmosfera calda e sinuosa. Guarda a un film capitale del nostro cinema come Il conformista di Bertolucci, nella costruzione di un’immagine del passato che possa apparire sia rétro sia contemporanea; usa architetture e spazi nello stesso modo di quel film, ma dimostra la volontà di realizzare un’opera che utilizzi il nostro passato per diventare un racconto a misura di spettatore, trasformandolo — senza rimpiazzarlo o negarlo — in un’opera genuinamente, e forse anche sfacciatamente, popolare.
Certo, per fare questo deve usare il materiale di partenza — fatti, personaggi, documenti, eventi — in modo molto disinvolto e anche ambiguo, per esempio nel ritratto titanico e contraddittorio che offre di D’Annunzio (un Maurizio Lombardi epicheggiante, che non ha paura di andare sopra le righe, come si confà al poeta). Ma, nonostante limiti e qualche impaccio, Alla festa della rivoluzione riesce a piegare le forme convenzionali del nostro racconto storico per farne un’epopea, per trasformarle e trarne godimento: per questo è un’opera da difendere con forza.