Cominciare senza sentirsi perfettamente pronti: intervista a Bianca Puchetti, direttrice di CortoCircuito Film Festival
"Se ami quello che fai, chi ti guarda lo percepisce". Milano? "Ho grande fiducia in questa città". Bianca Puchetti, attrice, educatrice alla teatralità e direttrice e fondatrice di CortoCircuito parla a BadTaste.
Dal 9 all'11 luglio si è svolta, all'Anteo Palazzo del Cinema di Milano, la seconda edizione del CortoCircuito Film Festival: un evento interamente dedicato al cinema breve, tra proiezioni di cortometraggi (italiani e internazionali), incontri con autori e panel dedicati alle professioni dell'audiovisivo. Un traguardo importante per Rassegna CortoCircuito: nata quattro anni fa come una serata di proiezioni indipendenti a La Corte dei Miracoli e cresciuta negli anni fino a diventare un vero e proprio festival che nel 2026 ha spento la sua seconda candelina. A guidarla fin dall'inizio è Bianca Puchetti, che in questa intervista racconta la nascita della rassegna, il rapporto con Milano e le sfide del cinema di domani.
Com'è nata Rassegna CortoCircuito?
È nata quasi per gioco. Sono un'attrice, avevo girato un cortometraggio con la regia di Matteo Squadrito, e una volta concluso il suo giro nei festival abbiamo deciso di organizzare una proiezione a Milano, insieme ad altri corti selezionati per una serata. Era il 2022 e in città non esisteva ancora un posto dedicato alle proiezioni dei corti. Da lì è cominciato tutto: la squadra è cresciuta, e serata dopo serata siamo arrivati a fare un festival.
Perché proprio il cortometraggio?
Per me è nata come un'esigenza. Quando sei agli inizi e hai fame di fare, devi cominciare dal cortometraggio. Mi sono messa nei panni di chi li realizza e poi non ha modo di farli vedere a nessuno. In questi quattro anni ho visto nascere tante realtà che organizzano proiezioni di cortometraggi, e oggi si stanno finalmente ritagliando il loro spazio.
Luglio 2025 – Luglio 2026: siamo giunti alla seconda edizione del Festival. Com'è cambiato CortoCircuito nell'ultimo anno?
Siamo molto felici di quello che abbiamo costruito quest'anno. Abbiamo imparato moltissimo dalla prima edizione, e l'importante per noi è che ogni volta vada un po' meglio.
Come mai avete scelto l'Anteo come palcoscenico per il festival?
È un'istituzione di Milano. Ci piace il lavoro che fanno. La loro programmazione. Ed è anche un modo per far convivere due anime che non si escludono a vicenda: la nostra è molto indie, mentre l'Anteo rappresenta la faccia più patinata del cinema cittadino. Il cinema non deve essere solo underground indipendente o solo cultura borghese. E poi, per noi era importante proiettare i corti in una vera sala.
Cosa può offrire Milano alle nuove generazioni che vogliono cimentarsi nella realizzazione di eventi culturali?
Credo molto in Milano, ho grande fiducia in questa città. Non è facile - anche noi affrontiamo qualche difficoltà a livello di sostenibilità economica - ma c'è un ottimismo forte, perché la risposta del pubblico è ottima. Non penso che Milano sia satura di eventi: ci sono tante persone con voglia di realizzarne di nuovi. Il consiglio che mi sento di dare è di iniziare a fare le cose senza sentirsi perfettamente pronti. Se ami quello che fai, chi ti guarda lo percepisce. Noi siamo in otto, e amiamo profondamente quello che facciamo.
E tu, che rapporto hai con Milano?
La amo molto, ho una grande fiducia in questa città. Sono un'attrice, e tutti dicono che il cinema si fa a Roma. Ma non credo sia necessario viverci: penso piuttosto che il cinema debba spostarsi anche altrove. Io sono di Milano, e va bene così: devo fare pace con la mia "milanesità". Tutta l'Italia è bella, e lo sono tutte le sue città. Ho vissuto due anni a Roma, poi sono tornata a Milano. Credo che il cinema italiano si stia decentralizzando, e che debba farlo sempre di più, per ritrovare una nuova freschezza di sguardo.
Quest’anno avete introdotto una categoria molto interessante, quella dedicata ai corti realizzati con l’AI generativa. Qual è la tua posizione su questo tema e che tipo di dibattito vi augurate di accendere?
È un tema molto divisivo. Personalmente non sono una grande fan e ci sono tante cose che mi spaventano. Il mio mestiere principale è prestare il mio volto per la pubblicità, e temo che l'attore pubblicitario finirà per essere sostituito perché l’AI è più sostenibile. Allo stesso tempo, però, non mi spaventa in termini apocalittici: credo possa aiutare in molti ambiti. È una categoria interessante, anche se trovo poco probabile che possa trovare davvero un mercato solido. È comunque qualcosa con cui bisogna confrontarsi. Io sono la prima ad averne paura, perché non ne so abbastanza. Per questo è importante parlarne e capire meglio. Ma dobbiamo anche avere grande fiducia nel fattore umano: le persone hanno bisogno di altre persone, di autenticità.
Come vedi il futuro della rassegna e del festival?
Spero che cresca, che il festival continui a esistere. L'obiettivo è che CortoCircuito diventi una realtà sempre più ampia: abbiamo già attive delle collaborazioni con realtà interessanti. CortoCircuito è nato perché Milano aveva bisogno di questo. Non abbiamo grandi velleità di espansione fine a sé stessa, ma vogliamo crescere anche dal punto di vista economico e diversificare le nostre attività, avviando percorsi nelle scuole o corsi di formazione.