L'universo di Francesco Sossai: "La vita mi porta a fare esperienze che poi finiscono dentro le storie."
A Bra, in occasione della prima edizione di Script Fest, abbiamo intervistato il regista e lo sceneggiatore de Le città di pianura.
Francesco Sossai, classe 1989. Non esiste un veneto più doc di lui, uno che la terra la sente sotto le unghie anche quando impugna la macchina da presa. È partito come underdog, muovendosi lontano dai riflettori. Ora, è uno dei nomi più altisonanti del cinema italiano. Il suo Le città di pianura, però, è un film che di underdog parla davvero. Ed bello. Anzi, bellissimo. Battezzato a Cannes 2025 nella sezione Un certain regard per poi ricevere 16 candidature ai David di Donatello, è un film sospeso nel tempo, capace di trasmette uno struggente senso di malinconia.
Francesco, il tuo film era un outsider e alla fine si è rivelato un grande successo. Non senti il peso delle aspettative per i tuoi progetti futuri?
No, zero.
Cerco di scrivere tutti i giorni, anche al di fuori della sceneggiatura: appunti, cose libere, senza uno scopo preciso. Le giornate di scrittura per me sono una febbre. C’è un momento in cui mi metto a scrivere e poi non faccio altro, entro in una specie di stato continuo. Mi piacciono i film che sembrano scritti da qualcuno che sta delirando, e in fondo cerco quella sensazione anche quando scrivo.
Come lavori sulla struttura di un film?
Le città di pianura è un film in cui i personaggi si muovono senza una meta precisa. Come si costruisce una sceneggiatura su questa inerzia?
Io non divido la mia vita dai miei film. La vita mi porta a fare esperienze che poi finiscono dentro le storie. Ci sono anni in cui sembra succedere tutto, ma in realtà non succede niente. Ho cercato di vivere e osservare proprio quella condizione, anche attraverso i miei viaggi.
Gli eventi davvero significativi nella vita sono pochissimi, e spesso anche banali. A un certo punto ero ancora a bere in un bacaro la mattina presto, e ho sentito chiaramente questa cosa: per me era ancora “ieri”, mentre per gli altri era già “domani”, stavano andando al lavoro, iniziando la giornata. Da lì è partito tutto.
C'è anche un discorso generazionale.
Quanto incide la tua formazione cinefila sul modo di costruire un film?
Da una parte c’è la vita, le esperienze, i lavori diversi che ho fatto, le persone che ho incontrato. Dall’altra c’è il cinema: per me è tutto. Non riesco a concepire il cinema senza il cinema. Mi sono sempre nutrito di film.
Ho usato la commedia all'italiana come uno strumento da “restaurare”, dal momento che oggi si vede poco. Mi interessa l’idea, molto monicelliana, di parlare di cose gravi in forma leggera.
A chi pensavi mentre scrivevi la sceneggiatura?