"Il cinema italiano ha una chiusura verso l'emotività". Stefano Sardo riparte dalle storie a Script Fest
A Bra abbiamo intervistato Stefano Sardo, produttore, sceneggiatore e direttore artistico di Script Fest, il festival che mette al centro la scrittura.
Dal 16 al 19 aprile, a Bra si è messo al centro dell'attenzione ciò che al cinema rimane ancora nascosto: la scrittura. Da qui ha preso forma Script Fest, un festival che racconta come e perché nascono le storie che segnano l'immaginario cinematografico e seriale. Il tutto in un programma ricco di eventi imperdibili, tra proiezioni, tavole rotonde, masterclass e incontri con addetti ai lavori. Ad aver parlato sui nostri canali è stato il direttore artistico: Stefano Sardo.
Sono molto contento. Per tanti anni ho organizzato a Bra un festival di cortometraggi, quindi avevo un'idea di come questo posto rispondesse a un evento cinematografico. Però oggi è cambiato tutto e niente mi garantiva che ci sarebbe stato interesse. Invece, c'è stato eccome, da parte sia delle istituzioni che della cittadinanza. Sono presenti le principali scuole di sceneggiatura italiane, e sono venuti anche membri importanti dell'industria a parlare in modo informale e mettersi a disposizione. Abbiamo fatto una cosa che non esiste.
In Italia ormai trovi un festival dietro l'angolo. Come si posiziona Script Fest in un contesto ormai quasi saturo?
Tutti si lamentano dei film che produciamo.
Eppure, nessuno analizza davvero il processo creativo. È come voler vincere i mondiali senza investire nei vivai. Come diceva Alfred Hitchcock, per fare un buon film servono tre cose: "Il copione, il copione, il copione".
Il Festival di Cannes da anni, secondo me, è deludente rispetto al cinema italiano, almeno nel concorso. Sembra un club: se entri una volta, resti per sempre. E non possiamo vivere solo dei soliti nomi. Serve più curiosità verso voci nuove.
Qual è il problema principale delle sceneggiature italiane?
Ed è un problema generazionale?
È un problema culturale: pensiamo che l'arte non debba emozionare. Non abbiamo una forte tradizione teatrale come gli inglesi. Noi facciamo spesso film simili tra loro: stessi toni, stessi attori, stesse situazioni. Oppure raccontiamo realtà che non conosciamo davvero.
Il pubblico va rispettato. Il problema è che spesso gli autori fanno film che loro per primi non andrebbero a vedere. Tarantino faceva i film che lo entusiasmavano. E quell'entusiasmo arriva. Se manca, perché lo spettatore dovrebbe perdere tempo?
Il digitale ha cambiato la scrittura?
I tuoi riferimenti?
Sicuramente Martin Scorsese: la visione di Quei Bravi Ragazzi è stata una folgorazione. E poi Billy Wilder: L'appartamento è perfetto. E ancora: Pulp Fiction, Clerks, Mad Men, Lost, Twin Peaks.
Se riusciamo a consolidare e migliorare l'assetto finanziario, possiamo costruire qualcosa che abbia vita lunga.