M - Il figlio del secolo, intervista allo sceneggiatore Davide Serino: "Questa è la serie più contemporanea che mi capiterà di fare".
Durante la prima edizione di Script Fest, il festival sulle sceneggiature di Bra, Davide Serino è stato ospite per una masterclass sul M - Il figlio del secolo. E ha parlato anche sulle nostre pagine.
Durante la visione di M - Il figlio del secolo a Venezia 2024 non volevamo credere ai nostri occhi. Perché non c'eravamo mai trovati di fronte a un'opera così unica e potente, capace di raccontare la genesi del fascismo attraverso il punto di vista del suo protagonista: Mussolini. Già il libro di Antonio Scurati era riuscito nell'impresa di trasformare il racconto storico senza rinunciare né alla complessità né alla forza drammaturgica. Ma per un adattamento seriale, il rischio di semplificazione era grande. La responsabilità politica, invece, era enorme. Il risultato è stato però sorprendente.
Ma soprattutto, dietro questa serie c'è un lavoro di scrittura impressionante. A Bra, in occasione della prima edizione di Script Fest, abbiamo intervistato proprio il suo sceneggiatore: Davide Serino, classe 1988, che insieme a Stefano Bises e allo stesso Scurati è stata la mente e il cuore creativo di quello che possiamo considerare un vero capolavoro.Intanto, grazie. Però un po' di cose posso dirle. Credo sia stato un insieme irripetibile, forse, di coincidenze che si sono messe nella direzione giusta. Avevi un romanzo incredibile che raccontava il fascismo attraverso il suo grande protagonista. Ed è la cosa più contemporanea che mi capiterà di fare, nonostante si parli di un'altra epoca.
Poi con un regista incredibile come Joe Wright...
Il fatto che fosse inglese ha portato uno sguardo diverso su una storia profondamente nostra. Questo ha reso possibile qualcosa di unico e forse irripetibile per la serialità italiana.
Qual è stata la sfida principale nell'adattare il libro di Scurati?
Restituirne l'essenza tradendolo, in parte. Il romanzo è molto rigoroso e non concede spazio all'ironia. Noi invece volevamo creare una relazione diversa con lo spettatore, portandolo persino a ridere con Mussolini. La sfida è stata mettere al centro una delle figure più atroci del secolo scorso, anche perché il fascismo non è soltanto un fenomeno storico legato a un'epoca precisa, ma qualcosa che può continuare ad abitare l'animo umano. E proprio per questo è la serie più contemporanea che abbia mai fatto.
"Siamo ancora tra voi", quindi.
Purtroppo sì. Perché è qualcosa di connaturato a una parte dell'animo umano. Noi abbiamo preso molto sul serio la motivazione principale dietro al fascismo: la paura. Chi è bravo a costruire un nemico gioca proprio su questo.
Grande sfida, sì. Ma non c'era anche il rischio di sfociare nell'apologia?
Sì, il rischio c'era. Anche se questo non è avvenuto. Si è percepita bene la nostra visione, che per me è l'unica possibile sul fascismo. Però c'era grande serietà e preoccupazione. Io ho 38 anni, e quando scrivevo ne avevo 35. Stefano (Bises, ndr) è più grande di me e sentiva moltissimo la responsabilità politica.
Avete ricevuto pressioni?
No, pressioni no. La produzione è stata bravissima. Abbiamo sempre cercato di fare la migliore serie possibile, dentro cui ci sono due anime: io ero più disposto a tradire la storia per esigenze drammaturgiche; Stefano era più fedele al racconto storico e alla sua tutela. L'equilibrio tra queste due visioni è stato fondamentale: non ci siamo inventati niente, ma il risultato è sorprendente. E poi raccontavamo una fase poco conosciuta del fascismo: la genesi, che aiuta a capire i populismi e le derive autoritarie di oggi.
In effetti è un Mussolini molto "berlusconiano"
Anche "trumpiano". Il nostro racconto è proprio questo: la nascita del populismo e lo sfruttamento della natura umana da parte del potere: costruire un nemico, usare le paure. Non smetterà mai di essere attuale.
Come trovi l'equilibrio, in scrittura, tra un registro grottesco e uno più drammatico?
Spesso trovo più facile trattare la tragedia attraverso la farsa. Credo sia una cosa anche italiana e mi piace quella tradizione della commedia all'italiana, in cui le grandi tragedie venivano raccontate con leggerezza. E poi la vita raramente è completamente seria: anche nei momenti più drammatici c'è sempre qualcosa di comico. Questo è il modo che trovo più interessante per raccontare la realtà. Bisogna solo essere bravi a non trasformare questa leggerezza in superficialità.
Francesco Sossai ha detto che gli piacciono i film che sembrano scritti da persone che stanno delirando. Tu invece sembri molto più strutturato. Come lavori?
Io parto dalla struttura per poi potermi sorprendere. Prima conosco i confini, e poi dentro quelli cerco la libertà. Non riuscirei a scrivere completamente "a braccio". Però mi capita di capire che sto entrando nel progetto quando mi vengono scene anche scollegate dalla struttura. Invidio quel "delirio" (ride), ma mi chiedo: riuscirei a replicarlo? Questo è un lavoro che richiede metodo. L'ispirazione continua è difficile da riprodurre, ma forse è solo una mia paura.
La serie avrà un seguito?
Non credo.