M - Il figlio del secolo, intervista allo sceneggiatore Davide Serino: "Questa è la serie più contemporanea che mi capiterà di fare".
Durante la prima edizione di Script Fest, il festival sulle sceneggiature di Bra, Davide Serino è stato ospite per una masterclass sul M - Il figlio del secolo. E ha parlato anche sulle nostre pagine.
Durante la visione di M - Il figlio del secolo a Venezia 2024 non volevamo credere ai nostri occhi. Perché non c'eravamo mai trovati di fronte a un'opera così unica e potente, capace di raccontare la genesi del fascismo attraverso il punto di vista del suo protagonista: Mussolini. Già il libro di Antonio Scurati era riuscito nell'impresa di trasformare il racconto storico senza rinunciare né alla complessità né alla forza drammaturgica. Ma per un adattamento seriale, il rischio di semplificazione era grande. La responsabilità politica, invece, era enorme. Il risultato è stato però sorprendente.
Questa serie è un miracolo. Sembra proprio un manifesto dei nostri tempi. Forse il più grande manifesto dei nostri tempi.
Intanto, grazie. Però un po' di cose posso dirle. Credo sia stato un insieme irripetibile, forse, di coincidenze che si sono messe nella direzione giusta. Avevi un romanzo incredibile che raccontava il fascismo attraverso il suo grande protagonista. Ed è la cosa più contemporanea che mi capiterà di fare, nonostante si parli di un'altra epoca.
Il fatto che fosse inglese ha portato uno sguardo diverso su una storia profondamente nostra. Questo ha reso possibile qualcosa di unico e forse irripetibile per la serialità italiana.
Qual è stata la sfida principale nell'adattare il libro di Scurati?
"Siamo ancora tra voi", quindi.
Purtroppo sì. Perché è qualcosa di connaturato a una parte dell'animo umano. Noi abbiamo preso molto sul serio la motivazione principale dietro al fascismo: la paura. Chi è bravo a costruire un nemico gioca proprio su questo.
Sì, il rischio c'era. Anche se questo non è avvenuto. Si è percepita bene la nostra visione, che per me è l'unica possibile sul fascismo. Però c'era grande serietà e preoccupazione. Io ho 38 anni, e quando scrivevo ne avevo 35. Stefano (Bises, ndr) è più grande di me e sentiva moltissimo la responsabilità politica.
Avete ricevuto pressioni?
In effetti è un Mussolini molto "berlusconiano"
Anche "trumpiano". Il nostro racconto è proprio questo: la nascita del populismo e lo sfruttamento della natura umana da parte del potere: costruire un nemico, usare le paure. Non smetterà mai di essere attuale.
Spesso trovo più facile trattare la tragedia attraverso la farsa. Credo sia una cosa anche italiana e mi piace quella tradizione della commedia all'italiana, in cui le grandi tragedie venivano raccontate con leggerezza. E poi la vita raramente è completamente seria: anche nei momenti più drammatici c'è sempre qualcosa di comico. Questo è il modo che trovo più interessante per raccontare la realtà. Bisogna solo essere bravi a non trasformare questa leggerezza in superficialità.
Francesco Sossai ha detto che gli piacciono i film che sembrano scritti da persone che stanno delirando. Tu invece sembri molto più strutturato. Come lavori?
La serie avrà un seguito?
Non credo.