American Crime Story 2x09, "Solo" [finale di stagione]: la recensione
L'episodio conclusivo della seconda stagione di American Crime Story ne riassume le tematiche e conclude amaramente la parabola di Andrew Cunanan
Ben presto, il delirio d'autoesaltazione assume i terrificanti connotati di una condanna globale, attraverso le voci dei familiari delle vittime del serial killer: è tuttavia la testimonianza del padre Modesto (Jon Jon Briones), che in televisione snocciola una sequela di menzogne millantando accordi con Hollywood per un biopic sul figlio ancora ricercato, a decretare il definitivo crollo della già compromessa psiche di Andrew, la distruzione completa e definitiva delle sue vane speranze appese all'ennesima promessa bugiarda del genitore ("Dammi ventiquattro ore, vengo a prenderti"). Nello schermo della tv, Andrew vede se stesso, riflesso nella figura paterna da cui ha da sempre cercato di differenziarsi ("Non sono come te," aveva detto a Modesto nell'ottava puntata).
Ma il dramma centrale di American Crime Story resta, anche in questo frammento conclusivo, quello di Andrew Cunanan: un brillante ammaliatore allevato come un principe, a cui però la società ha portato via il regno promesso, pezzo dopo pezzo, illusione dopo illusione. Ecco dunque l'accerchiamento finale, con i fumogeni sparati all'interno della casa galleggiante, divenire emblema di questo processo di brutale sottrazione in cui, a un Andrew senza più forza di reagire - poco prima, Sansone senza alcuna Dalila, si era rasato la testa - non resta nulla da vedere, nulla da sognare. Niente all'infuori dell'arma da rivolgere contro di sé, spogliato una volta per tutte di ogni travestimento, reale o figurato.
Lo sparo che mette fine alla vita di Andrew innesca una sequenza introdotta nel primo episodio della stagione, un incontro - reale o sognato, poco importa - tra il giovane e Versace. Il dialogo nel teatro vuoto è, comunque, una forma di verità valida per Andrew, o almeno ne è la trasfigurazione. Forse non ci fu neppure uno scambio di battute tra Gianni e il suo futuro carnefice; forse fu solo un incrocio di sguardi, o la silenziosa contemplazione di un poster, come ipotizzato da Darren Criss in una recente intervista. Ciò che conta è come quel momento abbia condizionato ogni singola scelta successiva di Andrew, in un beffardo domino distruttivo che culminerà proprio col suo suicidio, attuato nell'eco distorta di quella solitudine provata da Antonio, da Marilyn Maglin (Judith Light), da Howard Madson (John Lacy). Vittime indirette della furia di Andrew, persone rese sole dalla sua ferocia cannibale.
Di questa seconda stagione, resterà al pubblico non solo la contrapposizione tra lusso e squallore, brama e incubo di Cunanan, ma soprattutto la strenua battaglia di un uomo contro la realtà, al disperato inseguimento di un sogno destinato a restare tale e, proprio per questo, irrinunciabile alternativa al monotono grigiore della vita ordinaria. Come enunciato da Thomas Edison, "la visione senza esecuzione è solo un'allucinazione": l'allucinata visione di Andrew è stata tradotta - complice un gigantesco Darren Criss, di cui elogiamo ancora una volta l'impressionante policromia emozionale - in una sinfonia televisiva di abbacinante, struggente bellezza.
