Anche io, la recensione
Raccontando la nascita del movimento #Metoo attraverso il giornalismo d'inchiesta, Anche io celebra il potere della parola
La nostra recensione di Anche io, dal 19 gennaio al cinema
Anche io fa combaciare perfettamente il filone dei film sul giornalismo d'inchiesta (Il caso Spotlight, The Post) con la storia che racconta. La parola scritta della stampa che rende pubblico un fatto e la voce messa a tacere delle vittime, la richiesta delle due giornaliste di raccontare contro la loro reticenza a farlo. Un processo rispecchiato anche dalla struttura stessa dell'opera, in cui si susseguono le telefonate e gli incontri di persona, con le testimonianze come mezzo per raccontare quello che le immagini non mostrano. Non ci sono infatti ricostruzioni delle violenze, che vengono lasciate nel fuoricampo, evocate anche dagli audio e dalle inquadrature degli ambienti vuoti dove rimangono i segni di cosa è accaduto. Al film basta un'ellissi per far emergere la propria visione dell'industria e della società stessa. Evita dunque qualsiasi sensazionalismo, qualsiasi compiacimento, riuscendo in questo modo ad essere ancora più d'impatto. Come sono le stesse protagoniste a empatizzare a poco a poco con le vittime ascoltando quello che dicono, così è richiesto di fare allo spettatore.
Quello a cui porteranno le indagini è noto, così come il suo esito, eppure il film di Maria Schrader convince anche per come evita di cadere nel pamphlet, nella conclusione edificante. Nelle loro indagini, Megan e Jodi non possono che andare avanti contando solo su loro stesse, scoprendo cosa comporti interloquire con persone ferite per sempre, il potenziale lato oscuro del loro lavoro, se portato all'estremo.