Avatar: Fuoco e Cenere, la recensione: credere in ciò che si vede può essere una guerra
Avatar: Fuoco e Cenere espande Pandora tra spettacolo iper-tecnologico e riflessione politica: famiglia, autoritarismo e meraviglia visiva nel cinema epico di James Cameron.
Non c'è stato da aspettare quattordici anni, come accaduto tra l'inizio della serie e la sua prosecuzione, ma solo tre: Avatar: Fuoco e Cenere, terzo capitolo della saga ancestrale e iper-tecnologica di James Cameron, arriva nella sale quasi obbligato a dominarle, ma preoccupato soprattutto di dominare lo sguardo degli spettatori, ampliando la conoscenza del mondo di Pandora e le proprie possibilità realizzative.
Un'epica che non ha inizio e non ha fine
Gli eventi si svolgono circa un anno dopo la fine del secondo film, con la famiglia di Jake e Neytiri integrata nel clan dei Metkayina, ma affranta dal ricordo del figlio Neteyam morto in battaglia. Intanto, gli umani tornano a voler attaccare i Na’vi e trovano una sponda in Varang, la leader del clan della Cenere, anche lei desiderosa di distruggere gli altri clan di Pandora.
Cameron, in sceneggiatura con Rick Jaffa e Amanda Silver, prosegue fedelissimo nella sua idea di epica “con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro” che rigenera a colpi di computer la Bibbia e Tarzan, nel suo cinema colossale eppure mai un monumento di se stesso, nel raggiungimento di uno spettacolo in grado di fare da perno alle riflessioni teoriche e politiche di cui la storia e la stessa realizzazione si fanno portatrici.Famiglia, la culla dei cattivi pensieri
Se La via dell’acqua era interessato soprattutto all’apocalisse climatica, Fuoco e cenere invece ha nel mirino la polarizzazione estrema a cui i governi sottopongono le società, al fascismo strisciante visto però da un’angolazione originale e insolita rispetto ai film politici degli ultimi tempi: e se questa tendenza all’autoritarismo che governa più o meno esplicito in giro per il mondo fosse il frutto avvelenato della famiglia?
I due genitori della composita famiglia protagonista sono portatori di valori come il razzismo malcelato verso i pellerosa (lei) e il bisogno di comandare, ordinare, rimproverare i figli in virtù di un militarismo introiettato e non rimosso (lui), valori che nel nucleo casalingo rischiano di fare da cassa di risonanza ed espandersi lungo i gangli della società, in cui la democrazia è un’opzione rigettata a gran voce. La risposta è la ribellione, il conflitto generazionale che vede i rinnegati riunirsi e guidare il tentativo di salvataggio del mondo dall’autodistruzione, ma anche la complessità di una cultura in cui ateismo, pragmatismo e fede convivono, che cerca di conciliare tradizione, conservazione e progresso.
Vedere per non credere
Dall’altro lato, c’è il versante dell’immagine che rinnova il senso della meraviglia a 18 anni dal prototipo e che resta costante per le tre e ore e passa del film, ponendo di fronte al pubblico una nuova sfida. Il racconto ha una struttura consolidata e reiterata, un limite probabilmente, ma non certo un difetto, essendo l’intera saga l’evoluzione di una guerra che come tale ha un limitato numero di varianti, ma è la forma e lo stile a dover portare lo spettatore ogni volta a riscoprire i suoi occhi come fosse la prima volta che vedono uno schermo.
Qui Cameron, in modo più intensivo che nel film precedente, usa per le sequenze più elaborate (il 40% del film) una ripresa a 48 fotogrammi al secondo, il doppio del normale (usato nel resto del film), dando una fluidità ancora più stupefacente tanto da farci dubitare di ciò che vediamo, portandoci dentro un mondo (concepito per un’assoluta tridimensionalità) in cui il senso del realismo è tanto stordente da non sembrare vero. Cameron, il suo direttore della fotografia Russell Carpenter e la squadra degli effetti speciali guidata da Joe Letteri rilanciano continuamente il paradosso: un film che pare vero tanto più è finto e viceversa, un capolavoro di animazione digitale e motion Capture in cui scalpita il senso fisico dei corpi, quasi sensuale ed erotico nel personaggi di Varang.
Le ceneri del pensiero, il fuoco dello spettacolo
Ciò in cui Cameron è assoluto maestro oggi è nel far fluire tutta una serie di ragionamenti, e più di uno ne abbiamo omesso, dalla pura capacità di fare spettacolo, di pensarlo oltre ogni limite, superando dei confini che lui stesso ha delineato: il primo assalto del clan della Cenere, il salvataggio di Sully e Spider e il finale trascinante in cui l’aria, l’acqua e il fuoco si confrontano dando sempre nuovi modi alla macchina da presa per stupire valgono il prezzo del biglietto. Ciò che sotto quei momenti giace, lo sguardo agli umani com’erano, sono e saranno, fa pensare che quel biglietto è anche a buon prezzo.