Avatar - Fuoco e cenere: Familiare uguale Nuovo
James Cameron fa centro per la terza volta con un maestoso racconto di cambiamento che interroga il cuore della cultura americana
You've got new eyes, colonel..
A soli tre anni dallo stupefacente secondo capitolo, Avatar - Fuoco e cenere non può fare il miracolo. L'asticella del visivo - altissima, inarrivabile - è più o meno quella di La Via dell'Acqua (2022). Al netto di character design memorabili (Oona Chaplin) e battaglie aeree che nessuno sulla terra sarebbe in grado di concepire, stavolta il passo avanti di James Cameron doveva per forza essere concettuale. E il risultato non sfigura accanto a tutte le sue rivoluzioni tecnologiche.
Dovendo riassumerlo, si tratta della radicalità inusitata con cui il terzo Avatar forza l'equilibrio tra "familiare" e "nuovo" che è al cuore del suo cinema. Si sa: la statura di Cameron come avanguardista popolare deriva dalla sua capacità di ancorare le più incredibili scommesse visive al pilastro umanista e semplificato del melodramma familiare. Battaglie aliene, morphing sottomarini e metallici, inseguimenti a dorso di drago e naufragi, trovano il link neurale con lo spettatore in madri e padri putativi, macchine sensibili, amori che sfidano i ghiacci del tempo.
È il solito trionfo di funzionalità narrativa - 3 film sui 4 maggiori incassi di sempre non si piazzano per caso; ma è anche molto di più. Stavolta più che in passato infatti, il dualismo cameroniano si mostra capace di raccontare una cultura e costruire ipotesi alternative. Sì perché Familiare e Nuovo non sono solo le fondamenta del cinema americano. Sono le coordinate dell'identità culturale che quel cinema nutre, e sui cui miti Fuoco e cenere compie un'operazione impressionante di sintesi e ribaltamento ideologico.
È il dualismo tra Familiare e Alieno della fantascienza; quello tra Civiltà e Frontiera, Bianco e Selvaggio, del western; lo stesso che prosegue nelle giungle del cinema bellico, vero grande termine di paragone per gli Avatar, che dopo il quasi-Vietnam del primo capitolo strizzavano l'occhio al misticismo cristallino di La sottile linea rossa (1998). E dove quel cinema erige la Civiltà sulla sopraffazione imperialista dell'Altro, l'anti-imperialismo degli Avatar si traduce in un atteggiamento identitario che se ne lascia pervadere - o "colonizzare", come si dice in Fuoco e cenere.
Che ciò accada proprio a partire dalla famiglia è quanto di più audace e controintuitivo si possa chiedere a un racconto mainstream, dove l'istituzione fa quasi sempre da perno reazionario, centripeto rispetto a spinte innovatrici. È campo libero al fremito identitario che pervade le famiglie cameroniane, ostinatamente mutanti e tecnologiche (Ripley e Bishop, John e il Terminator), istituzioni non statiche ma proattive, se non proprio rivoluzionarie (la Resistenza, l'interclassismo di una danza irlandese in mezzo all'Atlantico).
Avatar impostava il problema. La Via dell'Acqua - con l'ok di Disney - metteva al centro la famiglia. Fuoco e cenere trae le conclusioni, moltiplicando le unità familiari e facendole corrispondere ad altrettanti impulsi di rinnovamento. Spider abbraccia come genitori i suoi nemici di sangue. Quaritch scivola nell'oscurità come Kurtz e corteggiando l'Orrore si libera dal suo protocollo. Lo'ak (in un film che è soprattutto una grande meditazione sulla rabbia: sui suoi vicoli ciechi e le sue giuste espressioni civili) difende un fratello ritrovato e guida un popolo pacifista alla battaglia.