Beau ha paura, la recensione
Un monumento al talento mal indirizzato, un veicolo per l'idea di recitazione di Joaquin Phoenix. Beau ha paura non è mai coinvolgente
La recensione di Beau ha paura il nuovo film di Ari Aster con Joaquin Phoenix in uscita il 27 aprile
È abbastanza pesante seguire un film che per più di due ore è programmaticamente allampanato e allucinato, molto denso di easter egg, brand, scritte e immagini che richiedono più di una visione per essere messi in connessione e che prestano il fianco a quel tipo di spettatore che immagina i film come enigmi da risolvere, dotati di una e una sola spiegazione (quella voluta dall’autore) che va scovata e decifrata per poter dire di “aver capito il film”. Per tutti gli altri, quelli che a un film chiedono trasporto sentimentale o la possibilità di essere portati in una zona in cui mettere in crisi le proprie convinzioni, c’è poco.
Non ci sono dubbi che Ari Aster sia un talento, Beau ha paura ribadisce la sua eccezionale capacità di immaginare interni e momenti filmici di grande potere evocativo. Ma questo film è anche un monumento al talento male indirizzato e per nulla irregimentato, lasciato libero di sbrodolarsi. Anche quando centra una delle moltissime allegorie psicanalitiche, cioè il fatto che Beau guardi uno spettacolo e in esso trovi una rappresentazione della propria vita che sblocca delle consapevolezze, non riesce a coinvolgere come potrebbe perché Beau è un non-personaggio (sappiamo chi è che fa e che caratteristiche ha ma non partecipiamo mai dei suoi drammi). Anche quando sull’uscio di una grande casa si crea un momento di vero coinvolgimento emotivo e romantico nello stile di Paul Thomas Anderson (cosa in sé molto complicata che costituisce un traguardo), questo poi non è sorretto da niente ed esiste come una clip fruibile a sé.