Bleeding Edge, il controverso brawler multiplayer di Ninja Theory | Recensione
Bleeding Edge non è un brutto gioco, eppure è un brawler multiplayer indicato ad una ristretta schiera di fan del genere.
Lorenzo Kobe Fazio gioca dai tempi del Master System. Scrive per importanti testate del settore da oltre una decina d'anni ed è co-autore del saggio "Teatro e Videogiochi. Dall'avatara agli avatar".
Bleeding Edge non è un brutto gioco. Non è nemmeno un gioco semplice da padroneggiare. E di sicuro non è un titolo che ha scelto un’arena poco affollata di questi tempi.
Le premesse, insomma, non sono mai state particolarmente favorevoli, già dal trailer con cui il progetto si presentò al grande pubblico.
All’atto pratico, tuttavia, bisogna dare ragione al team inglese di essersela cavata (quasi) alla grande, proponendoci un’esperienza insospettabilmente profonda, per quanto afflitta da diversi problemi e (anche) per questo destinata a rivolgersi al ristrettissimo pubblico di fan del genere.
Dodici eroi, cinque arene, due modalità. Sono questi gli impietosi numeri che condannano Bleeding Edge a rimanere, almeno per il momento, un gioco di nicchia, apprezzato e compreso appieno solo dai pochi che decideranno di dedicargli molto tempo.
Serve infatti un lungo apprendistato per scavare la superficie del gameplay proposto e carpirne così l’essenza, un quid fatto di tecniche, mosse e abilità che si rivelano efficaci solo in specifici momenti della partita, solo a patto che tutta la squadra lavori di comune accordo per lo stesso obiettivo.
Gli eroi sono divisi in tre categorie, Tank, Curatori e Offensivi, ognuno con parametri specifici, attacchi base caratteristici, abilità speciali uniche. Presi singolarmente possono colpire forte o meno, essere in grado di far recuperare punti vita ai compagni, esibirsi in spettacolari azioni stealth, caricare a testa bassa e così via. La schermata di selezione del personaggio in questo senso è perfetta, perché oltre a dividerli in base al gruppo di appartenenza, segnala quelli relativamente facili da padroneggiare e quelli più complessi, perché dotati di tecniche più efficaci solo in particolarissime situazioni.
Tutti, insomma, hanno qualcosa da dare alla causa, ma possono fare realmente la differenza solo combattendo all’unisono, coordinando gli attacchi in base all’andamento della battaglia.
Tra mod che permettono di donare ai personaggi ulteriori power-up, sbloccabili spendendo le monete guadagnate lottando; finisher alternative che incentivano approcci differenti alla battaglia; elementi dello scenario da sfruttare a proprio vantaggio, come treni che possono travolgere gli avversari o lanciafiamme piazzati da attivare con tempismo, si scopre già dopo le prime partite un gameplay di per sé stratificato, altamente indicato per chi preferisce giochi in cui si vince grazie alla strategia, piuttosto che per merito della prontezza di riflessi.
[caption id="attachment_209592" align="aligncenter" width="1000"] La colonna sonora, fatta di temi electro e dubstep vi catturerà al primo ascolto.[/caption]
Bleeding Edge è un gioco divertente, che tuttavia impone fin troppe condizioni per essere apprezzato e fruito da un pubblico ampio. Lo strepitoso art design, ben supportato da un netcode granitico e un frame-rate fluido, catturerà chiunque al primo sguardo. In pochi, tuttavia, gli dedicheranno il tempo necessario per padroneggiare a dovere il complesso e sfaccettato gameplay.
Ciò che non funziona, a qualsiasi livello, è la pochezza dei contenuti offerti. Ulteriore difetto che scoraggerà ancor più chi non ama il genere.