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Cannes 2026 - Fatherland, la recensione: Pawlikowski e il passato dell'Europa spezzata

Pawlikowski torna al bianco e nero per esplorare identità, esilio e memoria attraverso il viaggio di Thomas Mann nella Germania divisa del 1949. Sandra Hüller e Hanns Zischler danno corpo a un racconto intimo e universale sulle radici e sul non detto

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Casa e appartenenza, patria e paternità. Il nuovo film di Paweł Pawlikowski chiarisce il suo intento già dal titolo: riflettere su ciò che vuol dire provenire. Come nei suoi precedenti, Ida e Cold War, lo fa con una storia ambientata a metà del Novecento — qui siamo precisamente nel 1949 — e che parla di un ritorno, di un viaggio intimista sull'idea di eredità storica e relazionale, messo in atto in Fatherland a bordo di una Buick nera nella Germania divisa.

Il viaggio di Thomas Mann: Francoforte e Weimar, passato e presente

Fatherland di Pawlikowski è il bergmaniano "posto delle fragole" di Thomas Mann (Hanns Zischler), il quale insieme alla figlia Erika (Sandra Hüller) si reca in terra natia per la prima volta dal 1933 per ritirare un premio intitolato — non a caso — al romantico Goethe, e dove ritroverà un Paese lacerato come il suo spirito di esiliato. A Francoforte prima e a Weimar poi, i Mann ritrovano un mondo diviso tra ideali antitetici, zone di influenza e pressioni politiche che cercano di persuadere lo scrittore premio Nobel ad abbracciare una parte, a farsi feticcio. Intanto i discorsi e i principi sembrano irrimediabilmente tendere al disorientamento, e Mann diventa la preda pregiata di ideali perduti, di presenze sgradite — l'attore che si è venduto al Reich — e di retoriche che sanno di grigie utopie, distanti dalle cose umane. I gruppi di persone sono filmati da Pawlikowski come un'unica massa indistinta, allo stesso modo sia che si tratti degli americani sia dei sovietici. I volti degli altri sembrano sempre alieni, distanti dal sé di chi guarda. Ma allora in che modo, chiede Fatherland, ciò che siamo stati ci parla di ciò che siamo ora? In che misura siamo il nostro passato?

Pawlikowski racconta questa ferita storica senza mai guardare in faccia ciò che è stato — sempre fuori campo —, osservando invece le rovine umane e architettoniche del qui e ora. In un racconto in cui l'ombra lunga della morte del figlio Klaus rievoca memorie troppo dolorose per essere mostrate o verbalizzate (ancora la parola, come l'ideale, perde il suo peso nel momento stesso in cui viene pronunciata), Fatherland raccoglie quel macigno di non detto nello spazio stretto del 4:3, formato favorito da Pawlikowski, ancora con un bianco e nero a basso contrasto che annulla i conflitti dentro al quadro per concentrarli tutti sui volti dei suoi attori.

Zischler e Hüller, un duetto di silenzi

In questo senso la tensione del racconto si raccoglie nella capacità di Zischler e Hüller di saper recitare in sottrazione. E così come Mann non vuole parlare della morte del figlio — che tratta come una pratica da sbrigare, ma la cui incombenza pian piano gli apre nel volto una crepa di emotività —, anche il mondo in rovina mostrato da Pawlikowski (fatto di statue, vecchi edifici-museo, spazi svuotati di socialità spontanea) tende verso una piccola ma meravigliosa catarsi.

Quella di Fatherland è una liberazione agognata che non a caso guarda verso l'alto, fragile ma potente come la musica di Bach suonata all'organo di una chiesa in rovina: un momento di sollievo in mezzo alle macerie del presente.

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