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Cannes 2026 - Histoires parallèles, la recensione: lo strano ibrido tra Farhadi e Kieslowski

Il film di Asghar Farhadi, presentato in concorso, reinterpreta il Decalogo di Kieślowski con uno sguardo ribaltato sul cinema dell'autore iraniano. Un'opera spiazzante con Isabelle Huppert, Vincent Cassel e Virginie Efira.

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A volte capita che un film sia il risultato di una reazione chimica. Lo è Histoires parallèles, il film di Asghar Farhadi presentato in concorso al 79° Festival di Cannes: da una parte, la forte personalità artistica del più famoso regista iraniano vivente, autore di Una separazione e di altri bellissimi film; dall'altra, l'aura di maestro di Krzysztof Kieślowski, che è il punto di partenza del film.

Un triangolo ossessivo tra voyeurismo e finzione

Farhadi, infatti, assieme allo sceneggiatore Sa'id Farhadi, rielabora Non commettere atti impuri, sesto episodio della serie Decalogo che nel 1988 era già diventato un lungometraggio dello stesso regista polacco dal titolo Breve film sull'amore. Nella versione francese — Farhadi ormai vive fuori dal suo paese e questo è il suo terzo film in una lingua diversa dal farsi — c'è una signora interpretata da Isabelle Huppert che sta scrivendo un romanzo sulle vite dei propri dirimpettai, mescolandole ai ricordi della propria vita familiare. Quando abbandona quel romanzo, lo raccoglie il suo "badante", un ragazzo senzatetto (Adam Bessa) che comincia a essere ossessionato dal triangolo che osserva e racconta: quello tra un fonico (Vincent Cassel), il fratello (Pierre Niney) e una collega (Virginie Efira).

Questo processo di ibridazione — che potremmo definire sperimentale — è in realtà sia un'opera di rilettura critica che Farhadi fa del proprio cinema, sia una ridefinizione di stile. All'inizio, infatti, Histoires parallèles sembra andare alla ricerca di temi che non sono propri dell'iraniano: è un film di specchi, riflessi e doppi, di invenzioni percepite come reali e di realtà formate sulle invenzioni, di pedinamenti, voyeurismi, visioni e suoni rubati, che paiono quasi un omaggio a Brian De Palma.

Anche lo stile è differente dal solito: il montaggio è più stretto, la composizione delle immagini più lirica. La costruzione del racconto lineare e implacabile che Farhadi maneggia da maestro qui si sdoppia — anzi, si quadruplica — in rivoli paralleli, appunto, ma convergenti. Poi, proprio come Adam, il regista fa propri gli sguardi altrui, li riconnette, e da slabbrati li ricuce insieme per parlare sì di creazione e vita, di intenzioni e reazioni, ma con i suoi modi.

La realtà come invenzione

Ciò che ne esce è un film in cui, dopo una lunga battaglia, la realtà si afferma come luogo dell'invenzione; in cui la menzogna non esiste più perché è divenuta narrazione, dando vita alla società in cui viviamo. Histoires parallèles è un film di Farhadi, ma da una prospettiva ribaltata. Se di solito i film del regista partono da un evento forte di cui si mostrano poi le fatali conseguenze, qui l'evento è il finale, e prima abbiamo assistito alla costruzione delle cause che lo hanno reso possibile.

Certo, a essere sinceri, non è all'altezza delle opere migliori di Farhadi, né del Decalogo di partenza. Ma Histoires parallèles è un'opera molto interessante, che fa pensare e chiede al pubblico di confrontarsi con la sua natura spiazzante — e continua a farlo anche dopo la visione.

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