Cannes 2026 - Fjord, la recensione: la famiglia nel fiordo
Fjord di Cristian Mungiu, in concorso a Cannes 2026, racconta lo scontro tra una famiglia evangelica romeno-norvegese e il rigido sistema di welfare nordico: un dramma sull'integrazione e l'assimilazione culturale, potente ma non esente da contraddizioni
In questi anni di co-produzioni europee sempre più importanti, abbiamo spesso visto registi andare a girare film fuori dalla loro nazione, usando lingue e raccontando culture diverse dalle proprie. Cristian Mungiu, romeno vincitore di una Palma d'oro con 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, nel suo nuovo film Fjord, in concorso a Cannes 2026, ragiona proprio sulla questione dell'integrazione e dell'assimilazione culturale.
Un dramma di giudizi e pregiudizi
Il film è girato in Norvegia, co-prodotto con Francia e Norvegia, parlato in inglese, norvegese e romeno, e racconta di una famiglia evangelica bilingue — padre romeno (Sebastian Stan) e madre norvegese (Renate Reinsve) — che educa i figli secondo rigidi precetti religiosi nel mezzo del progressismo culturale. Quando dei lividi vengono scoperti sul corpo di una delle loro figlie, la famiglia entra in una spirale fatta di leggi, fraintendimenti e razzismo strisciante.
Mungiu scrive e dirige un dramma giudiziario, sia nel senso processuale (nella seconda parte) sia nel senso di giudizi e pregiudizi. Sceglie consapevolmente di stare al fianco della famiglia che, per definizione, sembrerebbe la parte sbagliata della vicenda: i Gheorghiu sono fondamentalisti cristiani, vivono una vita di preghiere costanti e studio della Bibbia, condannano qualsiasi comportamento divergente dal loro stile di vita e tendono a punire i figli, qualche rara volta anche con le maniere forti, senza per questo essere genitori abusanti.Il collasso di due sistemi chiusi
Un sistema di valori così rigido finisce per scontrarsi con il sistema altrettanto chiuso e ottuso della legislazione nordica, così concentrata sulla difesa assoluta dei bambini da dimenticarsi i contesti familiari e la complessità delle relazioni umane. Fjord mette in crisi e in collisione questi sistemi, quasi a voler dire che ogni sistema, in quanto tale, produce i propri mostri — una famiglia estremista, una cultura ossessiva, una figlia autodistruttiva — e lo fa soprattutto ponendo l'accento su certe forme di integrazione che sono puro razzismo.
Si chiama assimilazione quella che gli statunitensi hanno praticato verso i nativi dopo averli sterminati, o che, in dimensioni ridotte, hanno attuato anche i norvegesi nei confronti del popolo Sami — di cui nel finale vediamo beffardamente le bandiere in una rappresentazione scolastica interrotta da una valanga. Significa costringere qualcuno a vivere secondo le abitudini del popolo che lo ha conquistato o presso cui vive, condannandone usi e costumi di appartenenza. Le indagini prima, e il processo poi, partono da un eventuale schiaffo o spintone e arrivano a mettere sotto accusa le credenze religiose e il passato stesso della famiglia.
Un film appassionante, ma meno profondo del solito
È un discorso molto interessante, che risuona con quanto accade anche in Italia con quella che è stata ribattezzata "la famiglia nel bosco", e che sceglie di filtrare la vicenda dal punto di vista più scomodo. In questo Mungiu è, come sempre, lucido e molto bravo nell'elaborare una prospettiva in un racconto efficace e appassionante, in cui la narrazione serrata si punteggia di pause, aperture quasi estatiche e piccoli simboli. Fjord, però, appare stavolta meno profondo del solito, più interessato a dimostrare una tesi — per quanto condivisibile — che a mostrare fino in fondo quella complessità.
Per quanto sfidante possa essere il punto di vista e non semplice la definizione morale per lo spettatore, il film sceglie di guidarne le reazioni forzando la scrittura, facendo dire o fare ai personaggi cose che conducono inevitabilmente a pensarla esattamente come vuole l'autore. È qualcosa che accade spesso al cinema: altra cosa è lasciarsi manipolare emotivamente da un film il cui codice è dichiaratamente finzionale, altra ancora è farlo in un'opera che ambisce alla verosimiglianza, che parla di fatti quotidiani e potrebbe essere tratta da una storia vera — come nel caso di Mungiu. In questo senso, si tratta di un gioco che finisce per risultare ambiguo, in contraddizione con ciò che il film stesso predica nei confronti dello spettatore.