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Cannes 2026 - Sheep in the Box, la recensione: da Pinocchio a Peter Pan, Kore'eda manca il colpo

Sheep in the Box di Kore'eda al Festival di Cannes 2026: il maestro giapponese delude con una fantascienza familiare fredda e poco convincente

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Le dinamiche imprevedibili e squilibrate delle famiglie, gli affetti che ci legano alle radici o che ci allontanano, sono da sempre al centro dei film di Hirokazu Kore'eda, e non fa eccezione il suo nuovo lavoro, Sheep in the Box, presentato in concorso al 79° Festival di Cannes. Solo che in questo caso il regista ha scelto la curiosa strada della fantascienza.

Un futuro che odora di presente

Il film pare ricalcare, almeno all'inizio, il percorso che Kubrick e Spielberg intrapresero con AI - Intelligenza artificiale: una coppia, incapace di elaborare il lutto per la scomparsa del figlio, porta a casa una sua versione robotica, animata dall'intelligenza artificiale. Da una parte, gli adulti dovranno confrontarsi con i propri sentimenti; dall'altra, il "bambino" imparerà l'indipendenza in modo inaspettato.

Kore'eda si concentra su ciò che lo interessa di più come autore — anche stavolta scrive il copione in solitaria — ossia i legami che si spezzano per volontà o per tragedia, e il modo in cui le persone lavorano incessantemente per ricrearli e costruirne di nuovi. Un versante emotivo che si sposa inevitabilmente a quello più filosofico: i confini tra vita e morte, tra umano e non-umano, tra avere un'anima e interpretarne i movimenti.

I bimbi sperduti e i loro genitori

Sheep in the Box comincia concentrandosi sui genitori e solo nella seconda parte utilizza il bambino come un vero personaggio, sempre però "al servizio" degli adulti. Perché stavolta — a differenza dei suoi film migliori — sono loro a interessare al regista. Tanto che quando, nella seconda parte, il film svolta passando da Pinocchio (o un pretestuoso Piccolo Principe) a Peter Pan, nemmeno lui sembra sapere cosa farsene davvero di quella svolta.

Il primo dei due film che il 2026 riserva al regista giapponese è uno dei suoi meno riusciti e, finora, la delusione più grande del concorso: spento emotivamente — nonostante nel finale si abbandoni a enfasi retoriche che non gli si addicono affatto —, mai credibile nel ritratto dei personaggi, dei loro sentimenti e delle loro azioni, e sbagliato proprio nella concezione dell'intreccio e dei piani del discorso.

Ne consegue che anche lo stile, di solito finissimo ed essenziale nel suggerire al pubblico il coinvolgimento dei personaggi, appare qui semplificato: non stilizzato fino all'essenza, ma reso banale, come per agevolare un compito di cui probabilmente lo stesso regista non si è sentito pienamente soddisfatto. Un peccato che la delusione più grande del festival arrivi da un autore che si ama.

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