Dolemite is my Name, la recensione
Una storia sul cinema diventa Dolemite is my Name un film biografico tutto sogni americani e abnegazione, il minimo dell'interesse
DOLEMITE IS MY NAME, LA RECENSIONE DEL FILM DISPONIBILE SU NETFLIX
Non è Ed Wood e non è nemmeno Tommy Wiseau, non è un Disaster Artist e non è il simbolo del cinema peggiore possibile. Rudy Ray Moore era un comico, anche di successo, che a un certo punto decise di fare un film sul personaggio che gli aveva dato fama: Dolemite. Dopo una gavetta che sembrava non avere fine aveva deciso di autoprodursi i primi vinili di stand up con il personaggio di Dolemite, in quella maniera era emerso e aveva conquistato l’attenzione delle record company. Tuttavia voleva di più, voleva diventare una star nazionale e a questo gli serviva il cinema, ma di nuovo le major non erano interessate a produrgli un film (nemmeno le etichette più indipendenti che producevano blaxploitation) e così, anche in quel caso fece da solo, senza nessuna conoscenza o esperienza nel settore.
Dolemite Is My Name è un progetto a cui Eddie Murphy teneva molto, che ha visto la luce su Netflix (il che già è significativo) e che pur seguendo alcune delle direttrici di Ed Wood e The Disaster Artist (del primo ha il continuo entusiasmo per idee assurde, la demenziale condizione in cui girava e la creazione di una specie di banda/famiglia di freak intorno a sé, mentre del secondo ha i sogni di grandezza senza senso), procede per binari autonomi. È la storia di uno dei molti sogni americani che è possibile conquistare, a patto di avere tantissima intraprendenza e una volontà di ferro. Già questo presupposto agiografico lo rende molto meno forte dei due film citati e molto più instradato sui binari di conferma di ciò che il cinema americano afferma più spesso.
E non basta il fatto che Eddie Murphy sia tornato a desiderare di fare cinema davvero, non basta che il team di realizzazione sia obiettivamente affiatato e ben coordinato da Craig Brewster, non basta anche un cast di ottimi comprimari per sollevarlo dalla propria medietà.
A Dolemite is my Name non interessa, anzi gli preferisce le grandi scene di successo, l’arringa alla folla e i divertenti espedienti attraverso i quali chi non sa fare film riesce a farne uno, la strigliata al vanitoso regista interpretato da Wesley Snipes perché si adegui allo spirito di sacrificio e smetta di fare la prima donna. La strada più breve per celebrare qualcuno è parlarne bene, la migliore è creare un ritratto complesso che lo rende paradigmatico, Dolemite is my Name fa la prima cosa e non la seconda.
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